Eventi - pubblicata il 14 Gennaio 2017
Fonte: Ufficio stampa Palazzo Fulcis
Metri quadrati di spazio espositivo distribuito su cinque piani e articolato in 24 stanze; stucchi e affreschi settecenteschi recuperati; un allestimento rispettoso ed emozionante: a Belluno torna
a splendere Palazzo Fulcis destinato a nuova sede della collezione d’arte del Museo Civico, dopo un attento restauro finanziato da Fondazione Cariverona e costato circa 8 milioni di euro e un
accurato progetto museografico.
Bartolomeo Montagna, Domenico Tintoretto, Matteo Cesa, Andrea Brustolon, Marco e Sabastiano Ricci, Ippolito Caffi, ma anche le preziose collezioni di porcellane, i rari bronzetti e le
placchette rinascimentali, la raccolta di disegni e le incisioni di altissimo pregio hanno ora una nuova casa.
Oltre 600 opere della collezione dei Musei Civici di Belluno – una delle più antiche di tutta la regione – dal Medioevo al Novecento, saranno ospitate dal 27 gennaio 2017 nelle rinnovate e
funzionali sale di Palazzo Fulcis, uno degli edifici più importanti del Settecento veneto.
Belluno si arricchisce così di un nuovo spazio museale, già di per sé un’opera d’arte, destinato a diventare il gioiello culturale delle Dolomiti.
Per celebrare l’apertura di Palazzo Fulcis non poteva tuttavia mancare il grande Tiziano, nativo del Cadore; ed ecco allora l’omaggio alla città di un prestigioso museo internazionale.
Direttamente dal Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo – per la prima volta in Italia, dopo oltre centocinquanta anni – giunge a Belluno fino al 1 maggio 2017 la celebre “Madonna
Barbarigo“, opera realizzata dal maestro intorno agli anni Cinquanta del XVI secolo. Dopo il lungo ed eccezionale restauro concluso da pochi mesi, che ne ha rivelato la sorprendente
qualità originale, il magnifico dipinto, amato da Tiziano tanto da conservarlo in casa propria fino alla morte, sarà affiancato a due opere dello stesso soggetto provenienti dal Museo di Belle Arti
di Budapest e dalla Galleria degli Uffizi di Firenze. Ecco il nuovo Palazzo Fulcis: un grande palazzo per l’arte.
RECUPERO E FUNZIONALIZZAZIONE DELL’EDIFICIO SETTECENTESCO: UN MUSEO TRA STUCCHI E DECORI
L’apertura del Museo Civico di Belluno nel restaurato Palazzo in Via Roma, alla fine di Piazza Vittorio Emanuele e giusto di fronte allo storico Teatro Comunale, segna un momento particolarmente
importante per la città dolomitica, che sta ripensando la cultura e l’identità del territorio e la sua offerta alla luce di una serie di interventi strutturali in atto nel cuore di
Belluno: non solo il Fulcis ma anche il restauro in corso di Palazzo Bembo, la futura apertura del Museo archeologico, i lavori di ristrutturazione dell’Auditorium Comunale nell’antico
Palazzo dei Vescovi-Conti, a creare un triangolo della cultura assolutamente unico.
Il recupero di Palazzo Fulcis, residenza settecentesca di una delle famiglie più in vista della città, attestata a Belluno fin dal Trecento e iscritta al Consiglio dei Nobili dal 1512, è stato
affidato allo studio Arteco di Verona e la sua destinazione a sede delle collezioni civiche, conservate dal 1876 ad oggi nel Palazzo dei Giuristi (1664) in Piazza Duomo, è il risultato di un
progetto museografico e museologico che ha visto operare in stretto rapporto il Conservatore del Museo Denis Ton e l’architetto progettista Antonella Milani. Da un lato, si è trattato di
recuperare un edifico storico di alto pregio, che nel cortile ha anche svelato una notevole necropoli longobarda.
Interessato da interventi decorativi già agli inizi del Settecento – quando Pietro Fulcis nel 1702 ottenne il titolo di Cavaliere di Malta – il Palazzo fu oggetto di un importante ampliamento nel
1776 attuato dall’architetto Valentino Alpago Novello che, in occasione delle nozze di Guglielmo Fulcis con la contessa trentina Francesca Migazzi De Vaal, realizzò l’elegante facciata su via Roma,
creò i due monumentali portali d’accesso, dotò il Palazzo di un imponente scalone e di una grandiosa sala d’onore, qualificando in vario modo gli spazi interni con decorazioni a stucco e
straordinari pavimenti in seminato a motivi rococò.
La volontà di mantenere il più possibile intatta la struttura originaria, riportando alla luce tanti elementi dell’epoca, ha ora permesso di restituire i delicati decori del piano nobile e gli
affreschi che arricchiscono il soffitto del “Grande Salone” a doppia altezza, opera di Costantino Cedini – tra i più significativi artisti del secondo Settecento – così come quelli
di fine Ottocento che animano altri ambienti del palazzo.
Recuperati anche i pavimenti originali con motivi a rocaille e pure gli stucchi tardo barocchi che rendono emozionante l’Alcova e che risultano coevi a quelli bellissimi dal famoso “Camerino
Fulcis”: quest’ultimo – nonostante gli sforzi – non è ancora acquisito agli spazi museali (una parte dell’articolato edificio è ancora appartenente a privati), ma si spera di poterlo inserire
presto nel percorso trattandosi dell’ambiente da cui provengono le tele più significative di Sebastiano Ricci presenti nelle collezioni civiche, tra cui la potente e grandiosa
Caduta di Fetonte, opera iconica del Museo di Belluno che si attende di poter ricollocare nel Camerino. Dall’altro lato, l’esigenza di adeguamento funzionale del Palazzo ha portato a soluzioni
tecniche e distributive che hanno interessato soprattutto il settore ovest del complesso che, sottoposto nel tempo a modifiche e manomissioni di vario tipo, non presentava particolari qualità. In
particolare, oltre ai necessari impianti di sicurezza e condizionamento, è stato creato un nuovo sistema distributivo con la realizzazione di una scala principale e di un ascensore trasparente che
consente ai visitatori di accedere a tutti piani. In questo modo lo scalone d’onore, che serve principalmente il primo piano, potrà consentire l’accesso diretto del pubblico al Salone centrale –
spazio prestigioso del Museo – anche al di fuori del percorso di visita, per eventuali eventi e conferenze.
LA SFIDA MUSEOGRAFICA: INTEGRARE LE COLLEZIONI A UN CONTESTO ARCHITETTONICO FORTEMENTE CONNOTATO E CONDIZIONANTE
Il vero obiettivo del progetto museografico è stato quello d’inserire in modo adeguato le diversificate collezioni civiche in uno spazio architettonico fortemente connotato – e condizionante in
alcuni casi l’allestimento e il percorso museale – utilizzando elementi il più possibile leggeri, garantendo al tempo stesso la migliore conservazione e fruizione delle opere e la leggibilità del
contesto.
La volontà d’integrazione ha portato a scegliere, per i dipinti che lo rendevano necessario, frame dotati di cornice lignea dorata anziché semplici climabox, per assecondare la fascinazione dello
spazio settecentesco e la natura di pinacoteca storica, oppure pannelli colorati – molte volte non a parete dati i decori degli ambienti – per richiamare in un ideale confronto i fondali e le
tappezzerie tipiche di gallerie storiche, “gesto museografico autentico – come lo definisce Denis Ton – e non meramente mimetico, ed anzi riconoscibile e perfettamente
reversibile”.
Scelta obbligata in questo contesto, oltre all’esposizione del lapidario nel cortile del Palazzo (stemmi nobiliari, iscrizioni, decori architettonici) e ad un percorso non sempre rettilineo anche
se altamente suggestivo, è stata l’esposizione al terzo piano – in un ambiente completamente diverso dal resto del Museo, destinato alle esposizioni temporanee e alla didattica – del ciclo delle
tre tele di Sebastiano Ricci provenienti dal “Camerino d’Ercole”: in assenza degli ambienti originari, in cui si auspica possano venire ricollocate, questo era infatti l’unico spazio con altezze
tali perché la spettacolare tela di Fetonte potesse esser posta a parete e resa visibile, scelta temporanea condivisa con la competente Soprintendenza.