Economia - pubblicata il 09 Giugno 2017
Convegno, 9 giugno 2017, Treviso
Il salto necessario
Le imprese 4.0 che hanno bisogno di intelligenza nelle persone ancor prima che nelle macchine
Presentazione del 21° Rapporto annuale sul mercato del lavoro
Le frontiere di Industria 4.0 nelle imprese venete.
A che punto siamo?
Il tema del Convegno
Nel convegno dell’Osservatorio Economico – Treviso, 9 giugno – sono presentati i risultati di una ricerca, sviluppata in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia, che fa il punto
sull’utilizzo delle “tecnologie 4.0” nelle imprese venete. La ricerca si è mossa su due piani: da un lato è stato effettuato un sondaggio, che ha coinvolto ca. 900 imprese. Dall’altro, si sono
intervistate aziende, per conoscere in profondità la natura degli investimenti fatti, il loro impatto sul modello di business, le competenze che hanno mobilitato. Alcune di queste aziende portano
la loro testimonianza diretta al convegno.
I risultati dell’indagine
L’analisi della diffusione delle tecnologie di Industria 4.0 in Veneto rivela una situazione eterogenea. Il grado di utilizzo delle diverse tecnologie riconducibili a “Industria 4.0” (in grafico,
la situazione per il manifatturiero) varia non solo in base al settore, ma anche in base alle strategie delle singole aziende, come è giusto che sia. Non esiste una ricetta standard.
Inoltre, accanto al mero aspetto tecnologico è essenziale guardare alla trasformazione digitale con una prospettiva più ampia. Aziende che stanno ottenendo risultati economici migliori sono quelle
che, oltre ad aver adottato determinate tecnologie, assumono forza lavoro qualificata, sono solide dal punto di vista finanziario e sono aperte al commercio internazionale. Come dire: non è la
tecnologia in sé l’elemento che fa la differenza, in termini di vantaggio competitivo. La tecnologia s’innesta e diventa una marcia in più laddove a monte c’è una visione strategica generale,
consapevole di come utilizzare un certo potenziale tecnologico, e come ripensare attorno a questo potenziale tecnologico modelli di business e cultura organizzativa.
Nota: elaborazioni su 633 risposte valide.
Questa evidenza porta a sviluppare quattro considerazioni di dettaglio.
Prima considerazione: esiste una via italiana a “Industria 4.0”, dobbiamo evitare di scimmiottare la Germania
La concezione di Industria 4.0 in chiave tedesca si riferisce a modelli di business basati su reparti e macchinari iperconnessi, contraddistinti da un’elevata automazione dei cicli produttivi e
delle mansioni lavorative. È naturale collegare questo modello a quello della grande industria, caratterizzata da lavorazioni standardizzate ed economie di scala. È altrettanto chiaro, però, che
questa declinazione poco si addice alle realtà nostrane di piccole e medie dimensioni, che storicamente hanno fatto della varietà e della flessibilità i propri punti di forza.
Nasce, quindi, la necessità di definire un modello italiano di Industria 4.0, il quale non può e non deve snaturare il tessuto produttivo e le specializzazioni territoriali. L’analisi della
diffusione delle tecnologie digitali in Veneto ribadisce questo concetto. Le imprese che meglio hanno saputo interpretare il cambiamento in atto sono quelle che hanno fatto propria l’innovazione,
che non hanno inseguito la “moda”, ma hanno scelto un giusto mix di tecnologie, adattando i processi e la cultura aziendale e valorizzando le proprie peculiarità. Nei casi
aziendali vedremo proprio come flessibilità e digitalizzazione vengono concepiti in vario modo: ora ripensando integralmente, dal retailer alla fabbrica, la “catena digitale della
personalizzazione”, ora lavorando di sponda a questa esigenza, offrendo servizi di “integratori di automazione”, o di sviluppatori di “automazioni su misura”. Ora puntando su servizi specifici di
manifattura additiva. Ogni soluzione garantendo sempre ritorni molto significativi, in termini di crescita aziendale.
Seconda considerazione: oltre la tecnologia, servono competenze e visione imprenditoriale
Lo abbiamo dichiarato fin dal titolo del convegno. Nel fare questo “salto” è importante andare oltre al mero aspetto tecnologico. I benefici del digitale hanno bisogno di una visuale ben più ampia
per essere colti interamente. Gli elementi chiave per farlo sono competenze e governance. La presenza di una forza lavoro adeguata è requisito imprescindibile. I dati mostrano come un giusto mix di
diversi profili professionali sia uno dei fattori abilitanti di maggior importanza per un’implementazione tecnologica di successo. Cambiano ruoli e mansioni. La linea produttiva torna ad essere
centrale, ma come luogo di “messa a terra” del processo di personalizzazione, dove si intersecano progettazione, realtà virtuale, industrializzazione, diagnostica predittiva. Cambiano dunque i
contenuti del lavoro. A tal punto che alcune aziende realizzano che spetta a loro imparare ad interagire su basi nuove con scuole e università. Imparare a chiedere, attraverso questa interazione,
nuove professionalità.
Servono nuove competenze, anche perché serve saper sfruttare i vantaggi offerti dalla connettività e dai dati generati dai processi, indipendentemente dalla dimensione aziendale.
Si parla troppo in astratto di “Big Data“. In realtà, e sempre con riferimento alla via italiana a “industria 4.0” occorre far capire alle nostre aziende che i molteplici dati
generati/generabili dalla sensoristica applicata ai processi industriali offre inedite fonti di conoscenza per migliorare le proprie performance. Ciò all’interno di una matrice complessa che tiene
insieme efficienza, flessibilità, redditività. Alcune aziende intervistate hanno ridefinito il loro posizionamento competitivo proprio attorno alle informazioni generate dai processi, diventando
interlocutori di prim’ordine di importanti clienti internazionali. Anche questo significa essere “manifatturieri digitali”.
Cruciale in questo senso sono anche le politiche di governance. I dirigenti aziendali devono avere una visione d’insieme, anche in merito al potenziale
tecnologico, per gestire i momenti di transizione con un’organizzazione adeguata e con direzioni e strategie appropriate. Interessante, come vedremo dai casi, il ruolo dei “service” tecnologici
esterni, che contribuiscono a co-definire con i loro clienti questa “visione” sul potenziale tecnologico.
Terza considerazione: smettiamola di parlare di “quarta rivoluzione industriale”
È un racconto fuorviante, questo della quarta rivoluzione industriale, se si guarda da vicino cosa sta succedendo. È più corretto parlare di una naturale evoluzione di tecnologie
già esistenti, la cui interconnessione architetturale, diversa da caso a caso, modifica (e moltiplica) i modelli di business tradizionali.
Parlare di rivoluzione spaventa inutilmente. Implica una trasformazione immediata, profonda e per certi versi drammatica, in grado di ribaltare completamente le logiche aziendali che per tanti anni
hanno funzionato alla perfezione. Costringe inutilmente gli imprenditori all’emulazione non consapevole. Genera banalizzazioni di scenario, come quella, troppo unilaterale, dei robot che si
mangiano i posti di lavoro. Quando magari il “co-bot” facilita il lavoro (delle maestranze “senior”), e ne crea di nuovo, altrove, laddove il co-bot deve essere adattato alle esigenze specifiche
della linea di produzione dove va inserito.
L’analisi dei casi studio, infatti, mette in luce un processo diverso, più graduale e specifico per ogni azienda. Non c’è una frontiera 4.0. Esistono più frontiere 4.0, diverse da
settore a settore. Come diversi, complessi e non lineari sono i processi di sostituzione/ridefinizione del lavoro: dentro e fuori le aziende. Per giunta, non poche delle aziende intervistate hanno
iniziato a fare investimenti – che ora riconduciamo al “paradigma 4.0” – ancora durante la crisi, negli anni bui del 2009-2011. Non c’era lo slogan a guidare, o la convenienza indiscussa
dell’iperammortamento. C’era la necessità di cambiare passo. C’era una visione imprenditoriale (ancora una volta), che ha iniziato ad esplorare delle potenzialità tecnologiche (magari già
in casa), consapevole che tale esplorazione doveva essere accompagnata da subito da un cambiamento organizzativo e culturale. Circoli virtuosi di innovazione che ora stanno dando i loro frutti.
Quarta considerazione: i fattori abilitanti di questa trasformazione, dentro e fuori l’azienda
Il territorio non è estraneo a questa trasformazione. È essenziale che attorno alle imprese ci sia un adeguato ecosistema di supporto, per sostenere i quattro
fattori abilitanti di questa trasformazione: capitale umano, adattamento delle tecnologie, internazionalizzazione, supporto finanziario.
Il capitale umano è imprescindibile, e non nasce dal nulla. Servono sistemi di formazione e istruzione adeguati. Serve una cultura digitale diffusa nelle scuole. Serve un sistema
di interazione scuola/impresa radicalmente ripensato, che può essere sostenuto anche attraverso progetti intelligenti di alternanza scuola/lavoro. Come emergerà dalle testimonianze aziendali,
diventa fondamentale che imprese, scuole e università si parlino, e ri-condividano quali sono i nuovi fabbisogni professionali, per ripensare i curricula formativi alla luce di queste
trasformazioni.
Le stesse tecnologie 4.0, come si è detto, non basta comprarle a regimi fiscali agevolati. Serve il giusto mix, azienda per azienda, da adattare alle specifiche
esigenze. C’è un grande lavoro d’integrazione da fare, tra Università, consulenti e aziende di supporto. Un certo indotto specializzato nell’ambito dell’automazione industriale sta assumendo un
ruolo strategico al riguardo, ma esso stesso sente l’esigenza di una maggiore interazione con il mondo della ricerca universitaria e con i soggetti deputati al trasferimento tecnologico.
L’internazionalizzazione, attiva e passiva, è un altro fattore abilitante che le istituzioni devono sostenere. Il continuo confronto con i mercati esteri porta ad adottare
tecnologie 4.0 e genera fabbisogni di nuove competenze: è una correlazione dimostrata dall’analisi.
L’impresa internazionalizzata, che investe in tecnologie, che assume laureati o comunque competenze elevate è anche quell’azienda che evidenzia una più solida struttura
finanziaria. Ciò, dalle analisi ex post. E spesso in situazioni di auto-finanziamento. Questa evidenza ci porta a dire che il processo di trasformazione potrebbe essere
ulteriormente accelerato in presenza di istituti di credito capaci di riconoscere ex ante questo potenziale; capaci di mettersi affianco delle imprese che compiono
questi investimenti; capaci infine di comprendere, in particolare, che questo potenziale ha bisogno di tempo per esprimersi.
Il punto è che quando questo potenziale si esprime, i risultati sono di tutto rilievo e riguardano (per citare i casi aziendali intervistati durante la ricerca e quelli che
interverranno al convegno): significativi aumenti di efficienza e di redditività; sfruttamento di opportunità di mercato che altrimenti non sarebbe stata possibile cogliere senza inedite
flessibilità di processo; sviluppo di funzioni di co-makership, di interazioni competenti e fiduciarie con i propri committenti (costruire a partire dal “governo intelligente” del processo
produttivo); fino a situazioni di “quasi-raddoppio” della dimensione d’impresa, al traino di un radicale ripensamento del modello di business (“da fornitori di componenti ad integratori di
automazione”) che si porta dietro assunzioni di laureati, a sostegno di “nuove complessità”.
I dati del “Rapporto annuale sul mercato del lavoro 2016”
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POPOLAZIONE
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Il quadro sociodemografico al 2015 accentua ulteriormente e decisamente tutte le spinte negative degli anni precedenti, fino ad avere una decrescita netta (e probabilmente irreversibile) |
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885 mila |
Abitanti in provincia di Treviso |
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-1.013 |
Saldo naturale (+244 nel 2014) |
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-833 |
Saldo migratorio (-673 nel 2014) |
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(DemoIstat; dati al 31.12.2015) |
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Per quanto riguarda le dinamiche dell’occupazione dipendente e considerando il lungo periodo, emerge con chiarezza come il percorso di recupero rispetto al periodo appena
antecedente la crisi non sia ancora completato, ma neppure arrestato durante l’ultimo anno. Del resto solo l’ultimo biennio è contraddistinto dal segno positivo nei saldi occupazionali dopo ben sei
anni di andamento inverso.
A livello settoriale, accanto all’agricoltura che ha avuto un comportamento aciclico durante la crisi, con un saldo complessivo di poco più di 1,3mila posizioni lavorative, i
servizi continuano a fungere da “vaso d’espansione” nel limitare la contrazione occupazionale complessiva: dal gennaio del 2008 hanno incrementato la propria base lavorativa di
13mila posti. Inverso il discorso per costruzioni e industria dove si sono condensate le difficoltà negli ultimi anni e dove, come abbiamo visto anche con i dati
Inps, le perdite sono state di entità rilevante.
Provincia di Treviso. Variazioni occupazionali mensili dal 31 dicembre 2007 al 31 dicembre 2016.
Il manifatturiero nel corso del 2016 ha segnato saldi positivi in tutte le sue articolazioni aggregate, ma scavando ulteriormente mostra notevoli differenze che nel territorio
provinciale assumono una valenza non trascurabile:
– il sistema moda, come pure il settore del legno-mobilio, mantengono un trend negativo che li ha portati nel tempo a cumulare rispettivamente -4,8mila e -7,7mila posizioni di
lavoro
– il metalmeccanico, pur con un bilancio ancora pesante, -3,8mila, nel 2016 ha recuperato altri mille posti di lavoro con un trend ben delineato di ripresa
– il resto dell’industria trevigiana, dall’occhialeria alla chimica-plastica, ha visto consolidarsi la tendenza positiva, in maniera significativa e fino a recuperare le situazioni pre-crisi
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