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Distretti e territorio
Il vigore dei distretti e i mancati pagamenti – L’intervento di Giuseppe Bortolussi

14/04/2014 17:50:00 |  Molti osservatori li davano per superati e in condizioni di salute molto precarie: in verità i distretti industriali continuano a essere le realtà socio-economiche più dinamiche del Paese che, a quanto pare, hanno superato da tempo il tunnel della crisi.

Fonte: CGIA di Mestre 

A dirlo è l’Unioncamere che nei giorni scorsi ha presentato un rapporto sulle performance economiche di questi modelli produttivi. 

A livello nazionale il campione assoluto è il Metadistretto dell’alimentare Veneto, ma nelle prime venti posizioni troviamo altre tre realtà produttive della nostra Regione: il Metadistretto della meccatronica e delle tecnologie meccaniche innovative di Vicenza, il distretto del prosecco superiore di Conegliano-Valdobbiadene e quello orafo argentiero di Vicenza. 

Nella “top-twenty” solo la Toscana può contare su un numero di realtà produttive più numeroso del nostro. La specializzazione, l’elevata qualità dei prodotti e dei processi produttivi, il ruolo sociale del sistema imprenditoriale e la capacità di aggredire con successo i mercati internazionali sono gli ingredienti che hanno permesso a tante piccole e medie imprese di mettersi assieme e diventare grandi. Per una regione come la nostra, che più delle altre ha subito gli effetti della crisi, il risultato di questa analisi assume un significato molto particolare: le piccole imprese possono giocare ancora un ruolo importante ed essere determinanti per riagganciare la ripresa. 

Certo, i colpi inferti dalla recessione economica che si è abbattuta con una violenza inaudita in questi ultimi sei anni sono stati pesantissimi: dal 2007 ad oggi, la disoccupazione nel Veneto è raddoppiata, quella giovanile addirittura triplicata, mentre in termini di Pil abbiamo perso quasi un punto percentuale in più della media registrata a livello nazionale. Se chi esporta sembra aver superato la crisi, le imprese che operano nel mercato domestico continuano a soffrire a causa di una domanda interna sempre più debole. Per invertire questa tendenza il Governo Renzi ha deciso di tagliare il cuneo fiscale ai lavoratori dipendenti con livelli di reddito medio-bassi, lasciando 80 euro al mese in più in busta paga, ha promesso un bonus fiscale per gli incapienti e una sforbiciata del 10 per cento all’Irap e al costo dell’energia elettrica in capo alle imprese. 

Sono segnali importanti che vanno nella direzione giusta: quella di fare ripartire i consumi delle famiglie e di alleggerire, per quanto possibile, il peso fiscale sulle imprese. Tutto questo non è ancora sufficiente, ma è un segnale importante che va in controtendenza rispetto alle politiche di austerità e di rigore che sono state praticate dagli Esecutivi precedenti. Tuttavia, rimane da affrontare un grosso problema: il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione. Quando si presentò alle Camere per ricevere il voto di fiducia, Renzi ebbe modo di precisare in maniera inequivocabile che si sarebbe impegnato a pagare entro quest’anno tutti i debiti della Pubblica amministrazione che, secondo una stima molto prudenziale, dovrebbero ammontare a circa 90 miliardi di euro. Pertanto, al netto dei 23 miliardi pagati l’anno scorso, alle imprese spettano ancora 68 miliardi di euro. Con il Documento di Economia e Finanza approvato ad inizio settimana, il Governo si è impegnato a pagarne solo 13, che sommati ai 23 pagati nel 2013 e ai 24 messi a disposizione dal Governo Letta fanno salire a 60 miliardi la quota che molto probabilmente verrà liquidata entro la fine di quest’anno. Di conseguenza, nonostante gli impegni assunti, le imprese dovranno attendere ancora un po’ di tempo per incassare gli altri 30 miliardi di euro che lo Stato deve a loro.
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