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Verso un nuovo patrimonio di competenze aziendali

07/03/2022 | Economia |  A cura di di Renato Chahinian

Ogni organizzazione, sia pubblica che privata, possiede al proprio interno un patrimonio di competenze nelle materie in cui opera, al fine di perseguire i propri obiettivi nell’ambito dell’oggetto dell’attività che si è posta. Naturalmente le competenze sono variamente distribuite fra i soggetti interni ed esterni che operano per conto dell’azienda, ma tutte assieme devono costituire un patrimonio di conoscenze, esperienze e saperi operativi. Da sempre è stato così, in quanto la preparazione professionale di chi opera in qualsiasi tipo di azienda è necessaria per lo svolgimento dell’attività e per raggiungere gli obiettivi prefissati. Anzi, qualora tale preparazione non fosse sufficiente, oppure mancassero alcune professionalità indispensabili, l’organizzazione, prima o poi, non sarebbe più in grado di funzionare o, al più, non riuscirebbe a raggiungere gli obiettivi e le performance desiderate.

Nel precedente articolo “Nuove competenze per il PNRR” del 14 Dicembre, proprio prendendo lo spunto dalle esigenze del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, avevamo avvertito che tale Piano, unitamente alla crescente attenzione generale per lo sviluppo sostenibile, avrebbe reso essenziale la presenza di nuove competenze in ogni organizzazione, per svolgere al meglio le azioni che devono portare non soltanto ad una performance economica, ma anche a risultati sociali ed ambientali. In altri termini, si tratta, nell’ambito dell’oggetto aziendale, di ideare, impostare e realizzare una nuova strategia in grado di migliorare tutti tre gli aspetti della performance.

Iniziando dalla fase a monte della pianificazione strategica, che è pur sempre la più importante anche ai fini della sostenibilità, oltre a migliori competenze rispetto a quelle preesistenti, sia in materia economica che tecnico-scientifica, in generale occorrono professionalità per riformare il processo produttivo (dell’azienda, ma anche dell’intera filiera di appartenenza). Ciò è essenziale soprattutto al fine di:

  • creare condizioni dignitose per tutti i lavoratori; 
  • accrescere la sicurezza nei luoghi di lavoro ed in quelli di contatto con gli stakeholder; 
  • graduare razionalmente e con equità monetaria mansioni, carriere e posizioni organizzative; 
  • tutelare eventuali soggetti fragili e/o svantaggiati; 
  • riprogettare prodotti e processi produttivi dannosi per l’ambiente; 
  • migliorare il risparmio energetico ed il ricorso alle energie rinnovabili; 
  • contenere l’utilizzo di eventuali beni minerali, vegetali ed animali scarsi in natura; 
  • trovare soluzioni di economia circolare all’interno dei processi produttivi; 
  • introdurre innovazioni organizzative e commerciali in grado di assicurare un’autosufficienza economica nel lungo termine, pur in presenza di tutte le innovazioni di cui sopra. 
In questo modo la nuova pianificazione permetterà di:
  • creare valore economico condiviso, perché diffuso anche a soggetti esterni e senza impatti negativi per la collettività in generale; 
  • attraverso tale valore condiviso, accrescere il vantaggio competitivo, le competenze dinamiche e più innovative ed il valore aggiunto per l’impresa, il settore ed il territorio; gestire la crescente complessità aziendale e di sistema inevitabile con il progresso e lo sviluppo sostenibile. 
E’ allora chiaro quanto elevate devono essere le competenze per pianificare al meglio e quanto devono crescere, in aggiunta o ad integrazione di quelle tradizionali (ancora molto diffuse), le attuali competenze che complessivamente formano il patrimonio conoscitivo aziendale.

Ma, una volta definita in maniera esaustiva la strategia, occorre implementarla con una sua realizzazione efficiente ed efficace che preveda una programmazione operativa ed un controllo di gestione, i cui modelli devono arricchirsi di nuove variabili e di nuove caratteristiche quali-quantitative che prima non venivano prese in considerazione.

Infine, il reporting deve presentare a consuntivo i risultati raggiunti non soltanto economico-finanziari, ma anche sociali ed ambientali, tutti esprimenti l’impatto conseguente sia all’interno che all’esterno dell’organizzazione. Anche qui si tratta di un’analisi ben più ampia di quella che deriva dai conti aziendali del mero bilancio di esercizio, pur integrato dalle relazioni e dalle note esplicative previste dalla legge e dai principi contabili.

Da questa breve sintesi delle principali operazioni strategiche da definire, attuare e rendicontare ai fini dello sviluppo sostenibile emerge chiaramente l’importanza delle diverse competenze aggiuntive necessarie che devono essere possedute in ogni organizzazione, per superare la transizione da una gestione tradizionalmente economica ad una sostenibile. Come si è osservato, si tratta in parte di un ampliamento e miglioramento delle competenze esistenti e pure di competenze nuove da colmarsi con ulteriori soggetti aggiuntivi alla compagine aziendale.

La progressiva diffusione del modello di responsabilità sociale d’impresa, già presente ormai nell’economia in ripresa ed in resilienza (anche se ancora non abbastanza esteso per permettere il conseguimento dei vasti obiettivi ONU in merito alla povertà globale ed al riscaldamento climatico), richiede quindi sempre maggiori e nuove competenze negli operatori aziendali a tutti i livelli e ciò viene pure segnalato nelle indagini sul mercato del lavoro, tra cui in quella del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere, il quale prevede che entro il 2025 sei lavoratori su 10 dovranno avere competenze green o digitali (v. articolo di Trevisobellunosystem del 26 Novembre u.s.).

Una simile domanda di nuove competenze non può che alimentare la spinta verso una maggiore preparazione professionale sulla sostenibilità da parte dei nostri giovani (che saranno i lavoratori del futuro), ma anche si manifesteranno le condizioni per un miglioramento delle competenze esistenti nel corso dell’attuale vita lavorativa (lifelong learning) ed il patrimonio aziendale di competenze dovrà essere quantitativamente più articolato e coordinato, creando pure l’esigenza di un organico più numeroso: lo sviluppo sostenibile crea più posti di lavoro di quelli necessari per la sola crescita economica!   

Dott. Renato Chahinian - Segretario Generale CCIAA

      

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