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Il commercio estero nelle province di Belluno e Treviso, nel quadro dell’emergenza Covid-19

26/03/2020 | Economia |  A partire dai dati di consuntivo per l’anno 2019 una disamina dei fattori di rischio per l’export delle due province

Fonte: ufficio studi e statistica Camera di Commercio di Treviso e Belluno 

 

I contenuti e le principali evidenze dello studio

  • Nel presente paper viene presentato il consuntivo 2019 relativo all’interscambio commerciale delle province di Treviso e Belluno, ma contestualizzato nello scenario globale stravolto dalla crisi per il Covid-19.
  • La domanda incalzante è: i 13,5 miliardi di euro dell’export trevigiano, e i 4 miliardi di euro dell’export bellunese, messi a segno nel corso del 2019, a quali rischi oggi sono esposti con la progressione della pandemia?
  • Un primo rischio, che si è manifestato nelle prime fasi della pandemia, ha riguardato la regolarità di funzionamento delle filiere, causa le criticità di approvvigionamento di materie prime e semilavorati dalla Cina.
  • L’export cinese verso l’Italia ha conosciuto una flessione del 27,7% nei soli primi due mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Assumendo che la medesima flessione abbia riguardato i flussi dalla Cina verso Treviso in questa prima parte del 2020, si può stimare che siano saltati circa 70 milioni di euro di input alle diverse filiere trevigiane (soprattutto tessile e abbigliamento, macchinari e componentistica per automotive). Per Belluno, il cui import dalla Cina è direttamente legato all’occhialeria, l’ammanco sul primo trimestre 2020 può essere stimato in circa 20 milioni di euro.
  • Ora si aggiunge il blocco delle attività produttive disposto dal Dpcm del 20 marzo: sono attività, a griglia immutata dei codici ATECO, da cui dipende il 60% dell’export veneto, il 73% dell’export trevigiano, il 20% dell’export bellunese (che si giova del fatto che l’occhialeria resta, in teoria, fra le attività ammesse). Si tratta, d’accordo, di uno stop di 15 giorni, per limitare ulteriormente l’estensione del contagio. Assumendo un danno limitato a questo periodo (ipotesi molto grezza perché esclude tutto il gioco delle interdipendenze di filiera), si può ipotizzare un impatto economico nell’ordine di circa 1,5 miliardi di euro, a livello regionale; di circa 400 milioni per Treviso; di circa 30 milioni per Belluno. Solo queste cifre, se non recuperate, ipotecano una flessione dell’export regionale e provinciale tra il -2% e il -3%, presi a riferimento i valori export 2019. Ma è chiaro che si tratta di un’ipotesi che non sappiamo bene quanto sottostimi o sovrastimi, perché simultaneamente stanno accadendo molte altre cose: a peggiorare il dato inciderà il calo della domanda globale, le criticità negli approvvigionamenti (vedi sopra), sospensioni attività per ragioni di sicurezza, terzisti chiusi, etc.); a renderlo ancor più variabile ci pensa lo stesso Dpcm, che lascia tutta una zona di discrezionalità circa le attività strategiche e di supporto alle filiere.
  • La minaccia vera, infatti, è molto più estesa, se si considera insieme la progressione del contagio ai vari Paesi con le fitte interdipendenze che regolano le attività economiche (e che difficilmente possono essere definite per decreto). Alla data di chiusura di questo documento (23 marzo) risultano in lockdown4 Paesi europei come Spagna, Francia e Belgio, oltre all’Italia. Ma sembrano imminenti misure analoghe (forse non proprio un blocco totale) in tutta la Germania (anticipata dalla Baviera), in Irlanda e  nel Regno Unito (in clamoroso dietro-front rispetto alla teoria dell’ “immunità di gregge”). Spagna, Francia, Germania e Regno Unito valgono da sole 5 miliardi per l’export trevigiano, e 1,3 miliardi per quello bellunese.
  • Presa consapevolezza di questi scenari interdipendenti (con cambiamenti continui, di giorno in giorno) lo studio evita di sbilanciarsi in una previsione secca su come andrà l’interscambio; e propone, più cautamente, una disamina dei principali mercati export e import attraverso l’indice di dipendenza. Serve a capire verso quali Paesi l’export (o l’import) provinciale deve considerarsi più esposto (più sensibile) a contrazioni (o magari a tenute). Utile per associare, alla mappa del contagio (o dei blocchi), una sorta di mappa delle aree di vulnerabilità/opportunità per l’export dei nostri territori.
  • Un alto indice di dipendenza si registra ad esempio per tutti i flussi import-export da Treviso verso i mercati dell’est Europa e dei Balcani (al netto di Russia e Paesi ex URSS) che da soli valgono 2,5 miliardi di euro. Blocchi di frontiere, come già accaduto, e misure di contenimento dell’emergenza sanitaria in questi Paesi possono impattare in modo sensibile nell’economia trevigiana.
  • Il settore dei macchinari industriali diversifica il rischio Paese abbastanza bene. Ma è rilevante l’indice di dipendenza delle esportazioni verso la Spagna, paese oggi in lockdown.
  • L’occhialeria bellunese ha il doppio fronte degli approvvigionamenti dalla Cina, e di un elevato indice di dipendenza verso i mercati del continente americano (USA, Messico, Brasile). Sarà sufficiente questa apertura verso Occidente al fine di compensare le purtroppo attese contrazioni dell’economia europea? La filiera globale, con la possibilità di riallocare la produzione ove più opportuno, sarà un vantaggio o uno svantaggio per il bellunese?
  • Ma quanto profonda e lunga sarà la crisi? Le diverse stime sono destinate ad invecchiare il giorno dopo che sono formulate. La più recente a nostra disposizione, di Ref. Ricerche, parla di una caduta del PIL italiano del -5% nel secondo trimestre dell’anno, rispetto al primo, con possibile rimbalzo a partire dal III trimestre. Se questa ipotesi ha fondamento, e si torna a vedere la luce, l’anno 2020 si dovrebbe chiudere per l’Italia con un PIL in calo, su base annua, del -0,6%.
  • E pensare che l’export italiano, veneto e provinciale stava tornando ad agganciare la ripartenza della domanda internazionale. Andava peggio, il trend annuo, al bilancio dei primi nove mesi. L’export trevigiano viaggiava al -0,9%, e riesce a chiudere l’anno al -0,4%. Motivo? Un gran colpo di reni dell’industria dei macchinari, il cui export nel IV trimestre del 2019 riesce a crescere del +19% sul trimestre precedente.
  • Il trend sembrava ben continuare anche in questi primi mesi del 2020. Lo confermanogli indici ISTAT della produzione e del fatturato industriale a livello nazionale, in rimbalzo congiunturale positivo rispetto a dicembre 2019 (rispettivamente del +3,7% e del +3,8%). Lo possiamo approssimare In modo indiretto anche sui nostri territori, attraverso le domande di certificati per l’export, pervenute in Camera di Commercio. Ancora nel mese di febbraio 2020 le domande di certificati sono rimaste nello stesso ordine di grandezza del febbraio 2019; il calo però incomincia ad avvertirsi, e ad accelerare, nelle prime tre settimane di marzo.

 

 

 

 

IL COMMENTO DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI TREVISO-BELLUNO, MARIO POZZA
I dati export relativi al 2019 sono stati diffusi dall’Istat una decina di giorni fa. Ma nella situazione drammatica in cui ci troviamo – sottolinea il Presidente della Camera di Commercio di Treviso e Belluno, Mario Pozza - non potevamo limitarci al classico consuntivo di fine anno. I dati ci sono tutti, nei dettagli, per chi vuole andarseli a leggere. Ma soprattutto si cerca di contestualizzare i risultati di ieri in quelli che sono i tanti fattori di rischio (o di danno già concreto) per il 2020.
Le minacce arrivano da più fronti – continua Pozza: difficoltà di approvvigionamento, blocco delle frontiere (e competizione sleale fra paesi dell’Unione), calo della domanda globale direttamente correlata all’estendersi del contagio. Ora anche la sospensione delle attività in base al Dpcm del 22 marzo scorso.C’è un’emergenza sanitaria in corso, siamo tutti d’accordo. Ma faccio mia – dice Pozza- l’arguta osservazione pubblicata ieri sulle pagine della Stampa: “non bisogna combattere la pestilenza generando carestia”.
Solo lo stop delle attività per decreto sta generando molte criticità e incertezze sul piano amministrativo. Domenica – racconta Pozza - ho raccolto tantissime telefonate di colleghi imprenditori che mi chiedevano cosa fare, se potevano tenere aperto o dovevano chiudere. Sul piano economico, le nostre prime stime ci portano a dire che solo questo stop potrebbe significare 1,5 miliardi di euro in meno di export a livello regionale, senza tener conto di tutto il resto.
Ecco allora – continua Pozza - che serve un massiccio sostegno all’economia da parte delle istituzioni: a sostegno del reddito dei lavoratori e delle imprese, con risorse illimitate: subito, e poi quando saremo nella condizione di ripartire. Certo, serve un piano di investimenti che coniughi capillarità nei territori, ma che resti focalizzato su poche importanti priorità, tali da generare valore aggiunto e ritorno per la collettività: infrastrutture, ricerca e formazione, recupero dell’immagine italiana nel mondo, e tutto quello che, anche da questa crisi, abbiamo capito essere importante, come gli investimenti nella sanità pubblica (che muove molto anche a livello di tecnologie).
Bene, al riguardo, che la Commissione Ue abbia finalmente sospesoil patto di stabilità. Bene anche l’ombrello finanziario della BCE. Ora serve però un terzo passaggio da parte dell’Ue: devono essere sospesi, o del tutto riformati, i parametri di Basilea 3. Quando le aziende potranno ripartire, i bilanci saranno un campo di guerra: dunque - sottolinea con forza il Presidente Pozza – non è pensabile che il merito di credito possa essere valutato con quei parametri, che già sfavorivano i rating delle imprese che avevano fatto importanti investimenti.
Non dobbiamo perdere di vista il futuro. La tenuta socio-economica della nostra comunità. Per questo dobbiamo essere molto accorti. Sosteniamo a dovere i settori colpiti dalla crisi, ripensiamo strutturalmente le cose che non vanno. E poi ripartiamo, più forti di prima.

 

Il quadro (stravolto) di riferimento
L’11 marzo scorso l’Istat ha diffuso i dati territoriali relativi all’interscambio commerciale per l’anno 2019. Questi dati vanno a comporre e a completare l’usuale consuntivo che si proponeper le economie provinciali di Belluno e Treviso. Un consuntivo che tuttavia sembrerà “passato remoto”, considerata la ridefinizione degli scenari mondiali alla luce dello shock provocato dalla propagazione del Covid-19.
Ormai è pandemia, secondo i canoni classificatori dell’OMS: l’innesto di una recessione globale è dunque sempre più probabile, secondo i diversi osservatori, con gradi molto ampi di incertezza circa la sua profondità e durata, finché non sarà chiara l’estensione e l’evoluzione della curva di contagio nei vari Paesi.
Fino a pochi giorni fa prevaleva l’idea di un crisi di breve durata e reversibile. Ma questo scenario è stato rimesso in discussione dalla caduta del prezzo del petrolio, che incorpora le attese di una caduta del traffico internazionale, e dagli andamenti delle Borse (anche se gonfiati dalla speculazione).
Del resto, il superamento del picco in Cina, nel momento in cui scriviamo, non deve indurre a facili ottimismi circa la possibilità che in ogni parte del mondo, colpita dal contagio, la situazione possa risolversi nel medesimo arco temporale. Perché tutto dipende, come si è capito anche dall’evolversi dei fatti in Italia, dalla velocità con cui misure drastiche di prevenzione vengono adottate. Evidenti, già nella sola Europa, i diversi tempi di reazione (e – per dirla tutta -  di sottovalutazione del problema, a partire dalle statistiche stesse sui contagi).
In questo contesto, il consuntivo che andremo a proporre, lungi dal risolversi nel classico compitino di fine anno, assumerà piuttosto il valore di una fotografia di un “tempo zero” del commercio mondiale (visto dalla prospettiva dei nostri territori), sulla base della quale proveremo a stimare, nei limiti degli strumenti a nostra disposizione, i possibili impatti negativi nei prossimi mesi.
Già un primo studio di Unioncamere nazionale, in collaborazione con il Centro Studi delle Camere di Commercio “G. Tagliacarne”, assumendo l’ipotesi di un protrarsi dell’emergenza sanitaria fino al 31 marzo (ipotesi oggi superata dai fatti), ha valutato in circa 20 miliardi di euro la possibile contrazione dell’export nel primo trimestre nell’anno, solo con riferimento alle 17 province più colpite dal contagio (5 province con almeno 100 contagi al 2 marzo 2020, fra cui Padova; più 12 province con contagi fra i 10 e i 99 alla stessa data, fra cui Treviso e Venezia).
Suona ancor più paradossale, in tutto ciò, dar conto che nel quarto trimestre 2019 (come evidenzia l’Istat) le esportazioni nel nord-est avevano registrato un recupero congiunturale piuttosto significativo (+3,0%) rispetto alla media nazionale. Stava avvenendo l’aggancio al graduale miglioramento del ciclo, che è poi proseguito nelle fasi iniziali dell’anno, esteso in modo generalizzato a tutta l’Italia (ancora Istat, indagine sul fatturato nell’industria nel mese di gennaio).
Gli eventi ora rimettono tutto in discussione. L’outlook di marzo dell’OCSE sull’economia mondiale presenta due scenari: con il primo, che assume il superamento della fase critica in Cina e un’epidemia “lieve e contenuta” nelle altre aree del mondo, le previsioni di crescita per il 2020 passano dal +2,9% (stimato a novembre) al +2,4%. Con il secondo scenario, basato su una diffusione “maggiore, più intensa e più ampia” del contagio, la crescita globale potrebbe fermarsi al +1,5% (di fatto, dimezzandosi rispetto al 2019).Non c’è neanche bisogno di sottolineare quale sia oggi, fra i due, lo scenario più realistico.
Per l’economia italiana Ref. Ricerche (nota flash del 20 marzo) ha ipotizzato un decremento del PIL che si manifesterà in pieno nel secondo trimestre dell’anno, nella misura del -5% rispetto al primo trimestre, e che si andrà ad aggiungere alle cadute di attività già conclamate a partire da fine febbraio e per tutto marzo). Il rimbalzo è possibile, sempre secondo Ref. Ricerche, a partire dal terzo trimestre. Se questa ipotesi del rimbalzo ha fondamento, l’Italia chiuderà l’anno con una contrazione del PIL del -0,6% secondo le stime FED uscite. Ma le cose stanno cambiando così velocemente che anche l’esercizio delle previsioni rischia di invecchiare il giorno dopo che sono state formulate.

L’interscambio commerciale nei territori veneti: principali evidenze
Prima di addentrarci in quello che potrà succedere all’interscambio provinciale in questo scenario, facciamo il punto su quello che è stato, fino a ieri, l’andamento delle esportazioni nei territori di nostro interesse. Possiamo partire proprio dal recupero congiunturale registrato nel IV trimestre 2019, che ha permesso al Veneto e ad alcune sue province (non tutte) di correggere lievemente al rialzo un trend annuo non particolarmente esaltante, condizionato come noto dalle tensioni commerciali fra Cina e Usa (per non farci mancare niente).
Il Veneto chiude così il 2019 con 64,5 miliardi di beni esportati e una crescita del +1,3% sull’anno precedente, contro il +3,3% dello scorso anno. Ai primi nove mesi il trend annuo dell’export regionale era tuttavia del +1,1%: dunque, nell’ultimo trimestre l’export ha conosciuto delle significative accelerazioni, in particolare nelle province di Vicenza (grazie a concia e orafo) e di Rovigo (prodotti farmaceutici). Resta ampioil divario con la performanceesportativa dell’Emilia-Romagna: +4,0% su base annua. Anche la crescita delle esportazioni a livello nazionale (+2,3%) si posiziona sopra il dato del Veneto, sostenuta dalle vendite di prodotti farmaceutici, chimici e dagli articoli in pelle, soprattutto dal Centro Italia.
La provincia di Treviso ha esportato beni per oltre 13,5 miliardi nel 2019, e anch’essa è stata interessata da un recupero nel quarto trimestre che ha permesso di limitare la contrazione su base annua (si assesta al -0,4% quando era del -0,9% ai primi nove mesi). Questo recupero è stato trainato, in particolare, da una significativa inversione di tendenza nelle esportazioni di macchinari industriali (quasi un colpo di reni, che ha portato la variazione tendenziale annua dal -3,1% dei primi nove mesi al +0,7% a fine anno); inversione che, in forma più lieve, si riscontra anche per i mobili e gli elettrodomestici, per restare alle prime tre voci export della Marca trevigiana. Nonostante questi recuperi, resta distante il risultato messo a segno nel 2018 (export provinciale in crescita del +4,9%).
Per dinamica, si distinguono invece le esportazioni bellunesi, che crescono del +3,8% su base annua, portandosi sopra i 4 miliardi di euro. E’ l’occhialeria (71% dell’export provinciale) a sostenere questa crescita: +5,1% la variazione annua dell’export, con una lieve perdita di slancio rispetto alla dinamica registrata ai primi nove mesi (+6,6%). Tolta l’occhialeria, gli altri settori provinciali conoscono una crescita annua purtroppo prossima alla stazionarietà (+0,7%). In particolare, le vendite di macchinari industriali, a differenza di quel che accade in provincia di Treviso, non riescono ad invertire la tendenza, ed anzi chiudono l’anno con una contrazione del -3,3%, peggiorando il dato ai primi nove mesi (-2,8%).
Negli ultimi due paragrafi di questo papervengono approfondite le dinamiche export per province e per settori, per chi sia interessato ai dettagli. Qui di seguito, invece, proviamo subito a capire quali fattori di rischio possano condizionare la tenuta della capacità esportativa dei nostri territori nei prossimi mesi, nello scenario sopra tratteggiato, destinato peraltro a cambiare di giorno in giorno. Sembra superfluo ricordare che la performanceesportativa delle aziende, come acclarato da diverse ricerche, è il risultato di un circolo virtuoso di condizioni competitive che passa per l’innovazione, il capitale umano, la redditività, e che si autoalimenta di continuo. Evidenti dunque le implicazioni, nell’ipotesi di una brusca interruzione di questo circolo virtuoso.

I fattori di rischio per l’interscambio commerciale trevigiano e bellunese
1 – Approvvigionamenti dalla Cina
Cosa mette a repentaglio oggi l’interscambio delle due province? Diversi i fattori in gioco. Nella prima fase del Covid-19, quando il focolaio dell’epidemia era circoscritto all’area di Wuhan in Cina, la criticità maggiore riguardava gli approvvigionamenti. Già a fine febbraio, come è emerso dall’indagine flash di Unioncamere del Veneto, un’impresa manifatturiera veneta su cinque denunciava difficoltà nel reperimento di componentistica e semilavorati dalla Cina, particolarmente nel settore tessile-abbigliamento, nell’industria dei macchinari e degli apparecchi elettrici.
Questa difficoltà oggi trova la sua cartina di tornasole nei dati dell’agenzia doganale cinese, in base ai quali si apprende che l’export cinese verso l’Italia ha conosciuto una flessione del 27,7% nei soli primi due mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Assumendo che la medesima flessione abbia riguardato i flussi dalla Cina verso Treviso (superiori al miliardo di euro nel 2019), e calcolando tale flessione su un solo trimestre, possiamo stimare, in modo grossolano, che siano saltati circa 70 milioni di euro di input alle diverse filiere trevigiane. Per Belluno, il cui import annuo cinese vale quasi 300 milioni di euro, l’ammanco sul primo trimestre 2020 può essere stimato in circa 20 milioni di euro.
Le tabelle 6 e 7mostrano le merceologie di dettaglio che compongono l’import trevigiano e bellunese dalla Cina, cui viene associato anche un “indice di dipendenza”. Questo indice è ottenuto dal rapporto percentuale tra il peso di un Paese nel complesso dell'import/export provinciale (totale o di settore) e il peso di quello stesso Paese per l'import/export nazionale (totale o di settore). Un rapporto pari a 100 indica che il Paese incide sulle importazioni/esportazioni provinciali tanto quanto esso incide sulle importazioni/esportazioni nazionali. Quanto più il valore supera il 100, tanto più quel Paese risulta più importante per l'import/export della provincia rispetto all'import/export nazionale. E quindi tanto maggiore sarà l’effetto della contrazione dei relativi flussi.
Come si vede dalla tabella l’import trevigiano dalla Cina pesa quasi il doppio di quanto accade per l’Italia (indice = 197). Valore che diventa ancora più elevato per l’import cinese di macchinari (211) e di componentistica per l’automotive (592,3).
Ancora più netta la “dipendenza” dell’import bellunese dalla Cina, soprattutto con riferimento all’occhialeria (indice = 492, associato ad un valore annuo di quasi 194 milioni di euro in entrata).

2 – Blocco delle merci italiane alle frontiere
Con l’inizio del contagio in Italia, oltre alle riduzioni e/o sospensioni di attività connesse alle misure governative adottate per la gestione dell’emergenza sanitaria (compresa la messa in sicurezza dei lavoratori), si è aperto un secondo fronte di criticità, determinato dal blocco delle merci italiane alle frontiere di Austria, Croazia, Slovenia, Ungheria. Alcuni di questi blocchi, per fortuna, si sono risolti, con danni temporanei. Ma, essendo Paesi di transito, oltre che di destinazione merci, è importante tenere conto che dalla sola provincia di Treviso partono circa 2,5 miliardi di merci l’anno per tutta l’area balcanica e dell’est Europa (Russia e paesi ex URSS esclusi).

3 – Sospensione delle attività produttive ex Dpcm 22 marzo 2020
Ora si aggiunge il blocco delle attività produttive disposto dal Dpcm del 20 marzo: sono attività, a griglia ATECO immutata, da cui dipende il 60% dell’export veneto, il 73% dell’export trevigiano, il 20% dell’export bellunese (che si giova del fatto che l’occhialeria resta, in teoria, fra le attività ammesse). Si tratta, d’accordo, di uno stop di 15 giorni, pensato soprattutto per frenare con più efficacia la curva del contagio. Assumendo un danno limitato a questo periodo (ipotesi molto grezza perché esclude tutto il gioco delle interdipendenze di filiera), l’impatto economico può essere nell’ordine di 1,5 miliardi di euro, a livello regionale; circa 400 milioni per Treviso; ca. 30 milioni per Belluno. Solo queste cifre, se non recuperate, ipotecano una flessione dell’export regionale e provinciale tra il -2% e il -3%, presi a riferimento i valori export 2019. Ma è chiaro che si tratta di un’ipotesi che non sappiamo bene quanto sottostimi o sovrastimi, perché simultaneamente stanno accadendo molte altre cose: calo della domanda globale, approvvigionamenti critici (vedi sopra), sospensione attività per ragioni di sicurezza, terzisti chiusi, etc.); e il Dpcm lascia tutta una zona di discrezionalità circa le attività strategiche e di supporto alle filiere.

4 – Effetti sistemici della pandemia sulla domanda globale
E’ il gioco delle interdipendenze economiche globali, in realtà, il vero grande fronte di criticità. E qui diventa molto difficile azzardare numeri su quale possa essere l’impatto complessivo della pandemia sulla domanda globale. La mappa dei contagi in Europa sta trasformandosi nella mappa di Paesi che progressivamente adottano, come in Italia, misure di contenimento sociale (lockdown). Alla data in cui chiudiamo questo documento (23 marzo) ci risultano in lockdown4 Paesi europei come Spagna, Francia e Belgio, oltre all’Italia. Ma sembrano imminenti misure analoghe (forse non proprio un blocco totale) in tutta la Germania (anticipata dalla Baviera), in Irlanda e  nel Regno Unito(in clamoroso dietro-front rispetto alla teoria dell’ “immunità di gregge”).
Basta scorrere le tavole dell’export provinciale per Paesi (tavole 3 e 5), per capire la posta in gioco. Spagna, Francia, Germania, Regno Unito valgono 5 miliardi per l’export trevigiano e 1,3 miliardi per quello bellunese.
Certo: lockdown non vuol dire, automaticamente, fermo totale dell’economia. Ma, per le leggi della domanda e dell’offerta, per quanto non in tutti i Paesi le misure di contenimento socialesi associano a blocchi massivi delle attività, è purtroppo difficile non pensare ad un indebolimento complessivo della domanda globale (a parte beni alimentari e di prima necessità). Lo stare a casa riduce complessivamente i consumi. C’è inoltre il tracollo del turismo e del suo indotto, a tutti i livelli. Inoltre, molto a rischio è la domanda di beni di investimento, la più esposta a situazioni di così alta incertezza sul futuro. Almeno per tutta la fase critica del contagio – che speriamo resti analoga alla curva temporale della Cina – la propensione agli investimenti privati non potrà che essere molto bassa, almeno nelle aree più colpite dalla pandemia. In generale, le aziende scontano asimmetrie di filiera (lato domanda, lato approvvigionamenti, lato lavoratori) che portano inevitabilmente alla riduzione o sospensione delle attività (forse in modo più autoregolato di quanto disposto per decreto).
In questo quadro, azzardarsi a dire di quanto cederà l’export delle due province per effetto della pandemia, diventa a nostro avviso esercizio sterile e non serio. Ciò che abbiamo provato a fare, piuttosto, è un’analisi della maggiore o minore dipendenza delle nostre province dai vari mercati, rispetto all’Italia nel suo complesso: così da capire, accanto ai partner commerciali più importanti in termini di volumi di scambio, quali altri Paesi potrebbero impattare in modo più reattivo sull’interscambio trevigiano e bellunese, in caso di rallentamento delle loro economie (ma, specularmente, anche in caso di loro tenuta). Questa informazione è affidata a quell’indice di dipendenza, sopra anticipato a proposito dell’analisi dei flussi import provinciali dalla Cina.

 

4 – L’analisi dei mercati di sbocco dell’export trevigiano per indice di dipendenza
La tabella 8 propone per l’export trevigiano i primi 20 mercati Ue28 (c’è ancora il Regno Unito perché nel 2019 faceva ancora parte dell’Unione) e i primi 20 mercati extra-Ue. Evidente il forte legame di interdipendenza della Marca, nei flussi export come in quelli import, con la Romania. Di rilievo anche l’esposizione verso Regno Unito (135,1), Austria (142,3), Repubblica Ceca (161,3) e Slovacchia (170,1).
Fra i mercati extra-Ue l’indice di dipendenza si discosta in modo significativo dal dato medio per il mercato Russo (152,6) e la vicina Ucraina (155,4). Ma si segnalano anche Canada (133,4) e Israele (138,5).
Volgendo lo sguardo alle importazioni (tabella 9), ed in particolare a quelle Intra Ue, l’indice di dipendenza mette in luce i ben noti legami dell’interscambio trevigiano con tutto il blocco dei Paesi dell’Est Europa: non solo Romania, anche Croazia in modo molto significativo (indice pari a 517), seguita poi da Ungheria (244,1), Slovenia (297,8) e Slovacchia (194,9). Da segnalare anche i legami import con l’Austria (261) e con il Portogallo (218).
Non è solo l’import cinese ad essere particolarmente rilevante per la provincia di Treviso, come già evidenziato. L’indice di dipendenza assume scostamenti significativi anche per Vietnam, Tunisia, Bangladesh e Serbia, per restare ai Paesi dove i flussi import sono superiori ai 100 milioni di euro.
L’analisi per indice di dipendenza può essere applicata anche ai flussi export relativi ai singoli settori. Ci siamo concentratisui due principali settori dell’export trevigiano, macchinari industriali e mobili. Emblematico il primo per i beni di investimento, il secondo per i beni durevoli di consumo.
Per i macchinari (tabella 10), guardando sia i mercati Ue che extra-Ue, emergono poche “punte” dell’indice di dipendenza, segno di una buona ripartizione del rischio-Paese. I principali scostamenti dal dato medio riguardano, in ambito Ue, la Spagna (mercato che vale 144 milioni di euro) e l’Austria (mercato da quasi 66 milioni di euro). In ambito extra-Ue l’indice di dipendenza assume il valore più alto (205) con riferimento all’India (mercato che vale per l’export trevigiano di macchinari quasi 92 milioni di euro).
Quanto ai mobili (tabella 11), l’indice di dipendenza assume il valore più alto (quasi 185) con riferimento all’export verso la Svezia (per valori attorno ai 30 milioni di euro). Rilevante anche l’interdipendenza con la Germania (indice pari a 150) per un mercato che vale, per il legno arredo trevigiano, quasi 270 milioni di euro. Fra i mercati extra-Ue spicca, per indice di dipendenza, il Canada, mercato che vale oltre 52 milioni di euro per il settore.

5 – L’analisi dei mercati di sbocco dell’export bellunese per indice di dipendenza
L’interscambio bellunese sposta facilmente verso l’alto l’indice di dipendenza, soprattutto verso i mercati extra-Ue, stante la sua specifica vocazione territoriale, legata all’occhialeria, che non ha pari in Italia. Detto ciò, svetta fra tutti i mercati –sul fronte export, nella tabella 12 -  l’alto indice di dipendenza con gli Stati Uniti (233), mercato che assorbe oltre 900 milioni di euro, con il Messico (indice pari a 252), mercato che assorbe quasi 84 milioni, e con il Brasile (indice pari a 195 e valori delle vendite superiori ai 65 milioni).
La Cina è il sesto mercato di riferimento per l’export bellunese, con vendite per quasi 210 milioni, e un peso quasi doppio rispetto al dato medio nazionale (indice di dipendenza pari a 189.
In ambito Ue, di rilievo l’esposizione verso la Spagna (137,1): mercato che vale per l’export bellunese quasi 280 milioni di euro; e verso la Croazia (indice pari a 172) per valori in gioco di circa 54 milioni di euro.
Volgendo lo sguardo alle importazioni (tabella 13), ed in particolare a quelle Intra Ue, appare rilevante l’esposizione nel mercato croato (762,9), mercato rilevante soprattutto per i settori dell’elettronica e apparecchiature di misurazione e precisione (escl. occhiali), dell’automotive e del Sistema moda. Segnaliamo, inoltre, Slovenia (239,3) e Austria (210,1).
Ma il principale mercato di approvvigionamento di Belluno è, in assoluto, la Cina, come si è già osservato: rappresenta quasi il 34% dell’import 2019, con valori prossimi a 300 milioni di euro, e un indice di dipendenza pari a 453,7: quindi con un peso 4 volte e mezzo superiore al dato medio nazionale.
Quasi i due terzi degli approvvigionamenti dalla Cina riguardano l’occhialeria (194 milioni) che su questo mercato presenta un indice di dipendenza di 492,9. Un altro 14% dell’import dal Paese è di prodotti della concia e della lavorazione delle pelli, anche questo settore con un’esposizione elevata (indice pari a 391,9). Infine, un altro 8% dell’import bellunese dalla Cina riguarda i macchinari: settore per il quale l’indice di dipendenza è pari a 220,8.
Rilevante anche l’import bellunese dagli Emirati Arabi Uniti, per indice di dipendenza (277), per valori in gioco attorno ai 5 milioni di euro.

L’export trevigiano nel dettaglio
In questa sezione finale diamo conto delle dinamiche di dettaglio dell’export provinciale per settori, partendo dalla provincia di Treviso.
La Marca trevigiana chiude il 2019 con un export pari a 13,5 miliardi di euro, confermandosi ottava provincia in Italia per valore delle esportazioni, per quel che può significare oggi questa graduatoria negli scenari richiamati in apertura. Le importazioni hanno sfiorato i 7 miliardi, per un saldo commerciale pari a 6,5 miliardi.
Dopo sei anni di crescita ininterrotta, la provincia di Treviso registra nel 2019 una lieve battuta d’arresto delle esportazioni (-0,4%): flessione che poteva essere maggiore, come già evidenziato, se non fosse intervenuto un significativo (e speriamo non vano) recupero congiunturale proprio nell’ultimo trimestre.
Di seguito andremo ad analizzare nel dettaglio le dinamiche delle principali voci merceologiche, cercando in particolare di capire, soprattutto per macchinari e mobili, in quali mercati sono avvenute le più rilevanti inversioni di tendenza.

Macchinari industriali
Nel corso del 2019 l’export trevigiano di macchinari industriali è stato pari a 2,3 miliardi di euro (2.348 milioni, per l’esattezza), per un peso del 17,3% sul totale export provinciale. Metà delle esportazioni di macchinari sono dirette verso mercati extra-Ue (49,5%).
Come sopra evidenziato, il settore riesce a chiudere il 2019 con una crescita del +0,7% sull’anno precedente, nonostante si trovasse ancora in territorio negativo (-3,1%) al bilancio dei primi nove mesi. Questa inversione di tendenza è stata possibile grazie all’ottimo andamento congiunturale registrato nell’ultimo trimestre del 2019 (+19,4% rispetto al terzo trimestre precedente). Per confronto, l’export provinciale, nel medesimo periodo, ha conosciuto un crescita congiunturale di appena il +2,5%.
Il forte recupero congiunturale è avvenuto tanto nell’area Ue28, quanto nei mercati extra-Ue. Sufficiente a riportare in positivo, in entrambi gli aggregati geografici, l’andamento annuo delle vendite (+1,2% in ambito Ue28; +0,3% in ambito extra-UE). A distanza siderale resta tuttavia la performance del 2018, quando in entrambi gli aggregati la crescita su base annua aveva sfiorato il +8%.
In quali mercati dell’Unione europea è stato più sostenuto il recupero di fine 2019? Incrociando assieme l’andamento trimestrale e annuale, si possono evidenziare i seguenti cluster di Paesi (restando ai più importanti per valore dei macchinari esportati):

  • Paesi in recupero congiunturale e che riportano in positivo la variazione annua: Austria (+3,9% sul 2018, dopo un -7,1% ai primi nove mesi) e Belgio (+6,2% sul 2018, in forte accelerazione rispetto alla stazionarietà registrata ai primi nove mesi);
  • Paesi in recupero congiunturale, che attutiscono ma non invertono la tendenza annua: fra tutti si distingue la Germania, verso la quale l’export trevigiano di macchinari accusa una flessione del -4,9% (era del -6,4% la tendenza ai primi nove mesi)
  • Paesi che peggiorano il proprio trend negativo: fra questi, il più emblematico è la Polonia, la cui variazione su base annua passa dal -8,4% (ai primi nove mesi) al -14,5% a fine 2019;
  • Paesi che si confermano in crescita: Francia (+8,7%), Spagna (+70,2%), Regno Unito (+10,3%) e Paesi Bassi (+44,5%), che già a settembre registravano variazioni positive a due cifre.

Applicando lo stesso schema ai Paesi extra-Ue, emerge che:

  • Grazie al rimbalzo congiunturale, le esportazioni trevigiane di macchinari si sono riportate in trend positivo in Sudafrica (+4,8% sul 2018, dopo il -8,9% ai primi nove mesi) e Serbia (+24,6% sul 2018, in forte accelerazione rispetto al -0,7% annuo registrato ai primi nove mesi);
  • E’ stato possibile contenere le perdite ma non annullarle, in Usa e Cina (incluso Hong Kong):  -4% la variazione annua verso gli USA, contro il -9,7% ai primi nove mesi; -2,7% la variazione annua verso la Cina, contro il -18,3% ai primi nove mesi;
  • In forte flessione sono rimaste le vendite verso Turchia (-32,4%), Egitto (-32,5%) e Corea del Sud (-59,5%) ed in peggioramento rispetto al consuntivo dei primi nove mesi dell’anno;
  • In espansione, anche considerevole, sono invece le vendite di macchinari verso India (+170%, da 34 a 92 milioni di euro, nonostante fluttuazioni congiunturali importanti), Russia (+73%), Brasile (+44,3%) e Indonesia (+31,2%).

Mobili
Le esportazioni di mobili, seconda voce dell’export trevigiano con 1,8 miliardi di euro (1.794 milioni) chiudono l’anno 2019 con un bilancio stazionario rispetto al 2018 (+0,1%) beneficiando di un recupero congiunturale nell’ultimo trimestre (+7,9%) ben al di sopra del dato medio provinciale (+2,5%), dopo la lieve flessione tendenziale dello scorso settembre (-0,9%). Anche in questo caso si parla, ad ogni modo, di un risultato “consolatorio”, rispetto alla ben più vivace performanceesportativa dello scorso anno (+3,5% sul 2017), sostenuta soprattutto dall’andamento delle vendite nei mercati extra-Ue (+7,0%).
Grazie al recupero congiunturale del quarto trimestre, migliora il trend annuo delle vendite verso i Paesi intra Ue che passa dal +0,3% dei primi nove mesi, al +1,5% dei dodici mesi dell’anno 2019. Nessun beneficio invece si registra per le vendite di mobili extra-Ue (-2,3% la variazione annua, benché in lieve attenuazione rispetto al -2,9% ai primi nove mesi del 2019).
All’interno dell’Unione europea solo verso la Francia (-5,3%), primo mercato per la provincia per i mobili, si registra un’importante variazione negativa dell’export (-5,3%, pari a -18 milioni di euro). All’opposto, risultano in forte recupero (+9,3% su base annua, dopo il +3,3% del 2018) le vendite di mobili verso la Germania, per giunta con un’accelerazione nell’ultimo trimestre del 2019 (+15,1%, quasi +10 milioni di euro, sui +23 milioni di incremento totale delle vendite per tutto il 2019).
Stabili le vendite di mobili verso il Regno Unito, dopo la forte flessione dello scorso anno (-11,5%). L’analisi della dinamica in corso d’anno permette tuttavia di evidenziare che fino ai primi nove mesi era in atto una tendenza al recupero delle vendite oltremanica (+1,4%), poi compromessa dal calo congiunturale nel quarto trimestre (-10,3%).
Tra gli altri Paesi spiccano le variazioni positive delle esportazioni verso la Polonia (+24%) e l’Austria (+26,1%) sia per l’intensità che per la maggiore crescita rispetto a quella registrata su base annua al 30 settembre 2019 (rispettivamente +22,4% e +19,1%). 
Considerando i primi 10 mercati extra Ue di destinazione dei mobili trevigiani, solo verso il Canada e verso gli Emirati Arabi si riesce a mettere a segno una performance migliore dell’anno scorso. In Canada l’incremento annuo delle vendite di mobili è del +20,8% (da 43 a 52 milioni) contro il +8,2% del 2018. Per gli Emirati Arabi l’incremento è del +10,2% (da 25 a 28 milioni), che recupera così, parzialmente, la forte flessione del 2018 (-18,2%).
Per gli altri Paesi extra-Ue le performance 2019 sono peggiori dell’anno precedente, e occorre semmai guardare alle dinamiche intra-annuali per trovare qualche segnale positivo. L’export di mobili verso gli USA cresceva quasi del 20% nel 2018, mentre nel 2019 la variazione di fine anno è del +4,3%, pur in lieve accelerazione rispetto al +3,4% ai primi nove mesi. Verso Cina e Hong Kong l’incremento annuo è ancora più esile (+1,3%), ma è certamente significativa l’inversione di tendenza avvenuta nell’ultimo trimestre, che ha permesso di smarcarsi dal -9,5% del consuntivo ai primi nove mesi.
In forte flessione, senza sentori di rimbalzi congiunturali, le vendite di mobili verso Svizzera (-21,3%), mentre Arabia Saudita (-18,8%) e Australia (-28,1%) rimangono in negativo nonostante i recuperi congiunturali (rispettivamente +13,2% e +6,6%).

Elettrodomestici
Le vendite di elettrodomestici, terza voce nella graduatoria export per valori assoluti con 1.175 milioni di euro - analogamente a quanto visto per i macchinari industriali - hanno chiuso l’anno con un +1,6%, invertendo la rotta negativa dei primi nove mesi del 2019 (-1,1%) e beneficiando di un buona crescita congiunturale avvenuta nel corso del quarto trimestre (+22%, +64 milioni di euro). All’interno dell’Unione l’incremento annuo è passato dal +1,7% dei primi nove mesi al +5,1% di fine anno grazie alle accelerazioni dei flussi verso Polonia (+12,4%), Regno Unito (+14,1%), Francia (+5,7%), ma soprattutto Repubblica Ceca (+65,7%), Romania (+31,4%) e Svezia (+37,6%).
Come sempre, quando si parla di elettrodomestici, occorre tener presente che una buona parte di questi incrementi sono generati da flussi logistici (verso le piattaforme produttive dislocate in particolare nell’Est Europa) piuttosto che da flussi reali di vendite. Da evidenziare, sempre in questa prospettiva, la contrazione dei flussi verso la Germania (-12,5%).
Al di fuori dell’Unione permane una flessione tendenziale che passa dal -6,1% di settembre al -5,2% di dicembre 2019. Le esportazioni diminuiscono soprattutto verso gli Stati Uniti (-17,7%) e verso l’Australia (-31,1%), per flessioni superiori ai 10 milioni in ciascun Paese in termini assoluti. Importanti flessioni, seppur meno rilevanti in valori assoluti, anche verso il Giappone (-22,5%) e la Turchia (-14,2%).
La Russia si consolida primo mercato extra-Ue di riferimento per la filiera trevigiana degli elettrodomestici, come ormai da alcuni anni: le vendite nel 2019 hanno sfiorato i 70 milioni di euro, con una crescita del +0,9% rispetto al 2018, tutta costruita nell’ultimo trimestre dell’anno appena concluso, considerato che ai primi nove mesi il trend risultava fortemente in negativo (-8,2%).
In aumento anche i flussi export Cina e Hong Kong (+8,6%), Arabia Saudita (+64,9%) e Ucraina (+28,3%) che confermano il trend annuo di crescita di settembre 2019.

Calzature
L’export di calzature, quarto in provincia per valori complessivi, ammonta a poco più di 1 miliardo di euro, e perde il -1,4% rispetto all’anno precedente, in linea con il trend registrato nei primi nove mesi (-1,0%).
All’interno dell’Unione, che assorbe quasi l’80% dell’export totale, la flessione media è del -1,3%, che sale al -3% per la Francia e al -3,4% per la Germania, primi due partner. Cresce invece l’export di calzature verso il Regno Unito (+7,1%).
Guardando ai flussi verso l’Est Europa (che ricomprendono anche i trasferimenti in conto lavorazione) si nota una forte contrazione verso la Romania ( -10 milioni di euro, -11,7%), compensata da una quasi speculare crescita verso la Polonia (+11 milioni, +33,5%).
Verso i Paesi extra Ue, che assorbono il restante 20,4% dell’export complessivo, le esportazioni diminuiscono del -1,9% sull’anno precedente, con perdite soprattutto verso Russia (-5,5%), Svizzera (-5,8%) e Cina e Hong Kong (-6,8%) non sufficientemente compensate dalle lievi crescite registrate negli Stati Uniti (+2,6%), in Norvegia (+2,1%) e Giappone (+3,7%).

Bevande (vini)
Ricordiamo che la voce merceologica ISTAT per Treviso traccia sostanzialmente (anche se non in modo esclusivo) le vendite all’estero di Prosecco. Il recupero congiunturale messo a segno dal settore nell’ultimo trimestre dell’anno (+21,9%) ha permesso di limitare la flessione delle esportazioni, che è passata dal -1,9% dei primi nove mesi al -0,5% dell’anno 2019.
Il recupero è stato sostenuto soprattutto dai mercati extra-Ue, per un trend annuo che si è portato al +11,1%, grazie in particolare all’ottima crescita negli USA: +19,9% la variazione annua, pari a +30 milioni di euro, di cui 18 milioni solo nell’ultimo trimestre del 2019. Con questi risultati, gli Stati Uniti balzano al primo posto come mercato di destinazione delle “bevande trevigiane”: quasi 180 milioni il valore delle vendite, per un peso di quasi il 20% sul export totale del settore.
Trend negativo si registra invece in quasi tutti i mercati dell’Unione, nonostante il tentativo di recupero nell’ultimo trimestre. La flessione annua media è piuttosto profonda (-7,4%), che interrompe bruscamente il sostenuto trend di crescita finora registrato (lo scorso anno la variazione è stata del +9,8%). Rispetto a 2018, mancano all’appello oltre 35 milioni di euro di cui quasi 30 milioni per mancate vendite verso il Regno Unito (-15,4%) e 9 milioni verso la Germania (-8,6%).

Mezzi di trasporto e componentistica
L’export trevigiano riconducibile alla voce “mezzi di trasporto e componentistica” è legato a doppio filo alle sorti delle filiere europee dell’automotive (tedesche e non solo), considerato che per il 45% è destinato verso Germania, Austria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia.
In quest’area gli andamenti sono divergenti: sono andate bene le vendite verso Austria (+13,6% la variazione annua) e verso la Slovacchia (+23,6%), molto male invece verso la Repubblica Ceca (-52,9%, da 46 a 22 milioni). In Germania, primo partner, l’anno si chiude con un -3,2%, in netta inversione di tendenza, in negativo, dopo che il trend annuo ai primi nove mesi risultava del +6,9%.
Altra contrazione importante, fuori da quest’area “pantedesca”, si registra in Svezia (-20,6%, -6 milioni di euro). Bene invece in Francia (+2,4%) e Spagna (+3,1%).
I mercati extra-Ue assorbono il 19,7% dell’export trevigiano di settore, pari a circa 100 milioni di euro in termini assoluti. Fatta la dovuta tara ai volumi, i primi tre mercati di riferimento, (Usa, Australia, Emirati Arabi) sono tutti in espansione a due cifre.
Per completare l’analisi dei primi dieci settori nella graduatoria per valore assoluto delle esportazioni rimangono da ricordare:

  • il settore della carpenteria metallica le cui esportazioni, dopo il +4% del 2018, passano in negativo (-5,3%) soprattutto per la forte flessione nei mercati extra Ue (-15,8%) e dal cambio di segno in area intra Ue (dal +8,4% di settembre al -1,3% di dicembre 2019);
  • anchel’export di gomma-plastica, come la carpenteria metallica, registra un’inversione di segno: il +6,5% del 2018 ha lasciato il posto ad un -1,6% nel 2019. L’andamento medio delle vendite intra-Ue (-1,5%) cela dinamiche divergenti fra Germania in calo (-6,2%), Spagna e Regno Unito in crescita (in entrambi i casi con una variazione del +14%. La flessione nei mercati extra Ue (-1,7%) è più generalizzabile, con l’eccezione importante degli USA (+18,6%, da 35 a 41 milioni di euro);
  • in aumento le vendite dei prodotti alimentari (+4,8%) in linea con il trend di crescita del 2018; vanno meglio le esportazioni al di fuori dell’Unione (+9,9%) rispetto a quelle intra Ue (+3,3%). Dinamiche a due cifre però si registrano per le vendite verso la Spagna (+23,9%) e verso il Regno Unito (quasi +55%). Qui, Brexit o non Brexit, in due anni i volumi di vendita trevigiani di prodotti alimentari sono pressoché raddoppiati (da 12,6 a 26 milioni di euro).

 

L’export bellunese nel dettaglio

Le esportazioni della provincia di Belluno hanno superato, a fine 2019, i 4 miliardi di euro mentre le importazioni sono risultate pari a 867 milioni, per un saldo commerciale di quasi 3.173 milioni di euro.
Nel corso del 2019 l’export provinciale è cresciuto del +3,8% rispetto all’anno precedente: un poco perdendo lo slancio registrato ai primi nove (+4,9%), ma di certo smarcandosi dalla stazionarietà dell’anno precedente (+0,1%). Inutile dire quanto determinante sia l’occhialeria in questi risultati, rappresentando quasi il 71% dell’export provinciale. Tolta l’occhialeria, l’export degli altri settori bellunesi conosce purtroppo una crescita prossima allo zero (+0,7%).

Occhialeria
La provincia di Belluno vende occhiali all’estero per un valore complessivo che sfiora i 2,9 miliardi di euro (2.857 milioni), con una cresciuta del +5,1% nel corso del 2019 che si lascia alle spalle la flessione del -1,8% del 2018.
Le vendite risultano positive sia nei mercati Ue che extra-Ue. Nei primi, che assorbono il 41% dell’export provinciale di settore, la crescita è stata del +3,4% (in accelerazione rispetto al +1,4% nel 2018). Nei secondi, la crescita è stata del +6,3, in recupero rispetto alla flessione accusata nel 2018 (-3,9%).
Nell’ambito dell’Ue si distingue la ripartenza delle vendite verso la Germania (+10,9%, +18 milioni di euro), dopo la flessione dello scorso anno (-3,5%), come anche l’“esplosione” delle vendite verso la Svezia (da 10 a 25 milioni di euro, sempre rispetto al 2018). In calo invece i flussi verso la Francia (-2,9%) e, in modo più significativo, verso il Regno Unito (-8,5%, equivalente a -17 milioni di euro).
In ambito extra-Ue svetta la crescita dell’export di occhiali verso gli USA, primo mercato di riferimento per il settore, con vendite pari a 857 milioni di euro (il 30% del totale export bellunese di settore), in crescita del +9,6% rispetto al 2018 (+75 milioni di euro).
Incrementi annui rilevanti anche verso il Brasile (+19,2%, da 50 a 59 milioni di euro) e verso il Messico (+8,9%, da 74 a 80 milioni di euro).

Macchinari industriali
Le vendite dell’industria dei macchinari, pari a quasi 443 milioni di euro, pesano per l’11% sulle esportazioni totali della provincia di Belluno, e chiudono l’anno con una contrazione del -3,3% (quasi -15 milioni di euro) rispetto all’anno precedente.
All’interno dell’Unione, che assorbe il 74,1% dell’export del settore, la flessione annua raggiunge il -3,9% (-13 milioni) a causa delle diminuzioni riscontrate in Francia e Germania (entrambe con il -10%), Regno Unito (-6,3%) e Ungheria (-11,9%).
In espansione, invece, anche a due cifre, le vendite verso Spagna (+22,4%), Belgio (+20,5%) e Slovenia (+7,1%) che, hanno beneficiato anche di un incremento congiunturale nel corso dell’ultimo trimestre dell’anno.
Sono pari a 115 milioni di euro le vendite di macchinari dalla provincia di Belluno ai mercati extra-Ue, con una lieve contrazione annua del -1,6% che tuttavia vanifica la buona performance registrata fino ai primi nove mesi (+4,6%). I mercati che condizionano in negativo i risultati di fine anno sono soprattutto Australia (-18,4%) e Cina-Hong Kong (-33,7%), restando ai primi dieci.

Gomma-plastica
I prodotti in gomma-plastica, terzo settore bellunese per valori esportati (quasi 120 milioni di euro) continuano a crescere a due cifre rispetto al 2018 (+21,7%, per un incremento assoluto di +21 milioni di euro).Il ritmo di crescita delle esportazioni è sostenuto sia nei Paesi dell’Unione europea (+25,6%) - grazie soprattutto al contributo positivo di Spagna (+110,6%, + 10 milioni di euro) e Polonia (+175,2%, +7 milioni di euro) - che nei Paesi extra Ue (+17,7%) per il buon andamento delle vendite verso Cina-Hong Kong (+31,2%, +7,9 milioni di euro), Turchia (+160,5%, +1,3 milioni) e Stati Uniti (+9,3%).

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