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I risultati dell’indagine congiunturale di Unioncamere Veneto relativa al I trimestre 2020 delle Provincie di Treviso e Belluno.

22/05/2020 | Economia |  Gli effetti dell’emergenza Covid-19 sul manifatturiero trevigiano e bellunese.

Fonte: ufficio studi Camera di Commercio di Treviso Belluno|Dolomiti


Treviso, 21 maggio 2020.Dopo diverse stime e previsioni, la consueta indagine congiunturale sul manifatturiero, realizzata da Unioncamere del Veneto, ci permette di fornire prime, importanti evidenze di come sta impattando l’emergenza Covid-19 nel comparto industriale regionale e delle due province di competenza.

I dati sono raccolti da un campione statistico regionale di quasi 2.000 imprese con almeno 10 addetti, cui fanno riferimento oltre 74.000 addetti. Il sotto campione trevigiano è composto da 417 imprese per oltre 13.000 addetti; quello bellunese è composto da 74 imprese per oltre 2.500 addetti.

Sospese e non sospese per effetto del lockdown

Alle imprese di questo campione, considerato l’avvio del lockdown nel periodo in esame,è stato chiesto se sono state interessate da sospensione di attività. Questo accorgimento ha permesso di segmentare i risultati in due sottoinsiemi, che presentano performance sensibilmente diverse, come si può immaginare, ma che non risultano sistematicamente divergenti di segno, come vedremo nel dettaglio e come ben mostra la tabella 1 di questo report. Indice di un impatto trasversale dell’emergenza Covid-19 che non si è fermata ai perimetri dei codici ATECO ma ha seguito le più naturali vie delle interdipendenze settoriali.

A livello regionale le imprese che hanno dichiarato la sospensione dell’attività sono state circa il 73% del campione: un 63% in base alle disposizioni governative, un 10% per scelta. Chi ha chiuso per scelta probabilmente lo ha fatto per le ragioni più volte ricordate quando proponevamo alcune avvertenze di lettura alle stime sulle imprese in lockdown: cali della domanda, criticità negli approvvigionamenti e nelle lavorazioni terziste, ragioni organizzative funzionali a garantire sicurezza nei luoghi di lavoro. Di necessità, questa disarticolazione dei mercati e delle filiere ha indotto le imprese, fra loro interconnesse, ad una chiusura sincrona.

Situazione speculare si è verificata all’interno del gruppo di imprese (27% del campione) che hanno dichiarato di non essere state interessate dalla sospensione delle attività: una su tre di queste imprese ha potuto tenere aperto grazie al meccanismo della deroga agli obblighi di sospensione.I settori che maggiormente sono riusciti a proseguire l’attività in deroga sono stati quello della carta-stampa e dei macchinari industriali (in particolare quelli a supporto della filiera agroalimentare). L’industria alimentare, come ovvio attendersi, ha meno risentito del blocco delle attività, per quanto un 24% di imprese del settore (il dato fa riferimento al campione regionale) abbia dichiarato la sospensione per scelta (avrà pesato, oltre alle ragioni sopra elencate, anche la connessione con particolari attività, bloccate, della somministrazione alimentare).

A Belluno e a Treviso la quota delle imprese con attività sospese è risultata del 78%. Una parte dell’occhialeria, per quanto attività assentita, ha scelto comunque di sospendere le attività. A Treviso hanno pesato due settori rilevanti come il legno-arredo e il sistema moda,quasi completamente interessati dal blocco per decreto (almeno fino alla ripartenza dell’industria del legno), con immaginabili effetti a cascata su fornitori e terzisti operanti in altri settori collegati (ad esempio: lavorazioni inox per le cucine).

Le dinamiche congiunturali al tempo del Covid-19

In questo quadro, che trova riepilogo nella tabella 1 e nei grafici 3 e 4, possiamo leggere con più cognizione di causa la caduta verticale degli indicatori congiunturali: che pur riguardano un trimestre solo in parte interessato dal lockdown.



Indagine su un campione di 1.989 imprese, con almeno 10 addetti, del Veneto per un totale di 74.272 addetti, di cui 417 imprese (con 13.187 addetti complessivi) della provincia di Treviso e 74 imprese (con 2.581 addetti complessivi) della provincia di Belluno.

 




I dati, nudi e crudi, sono i seguenti: guardando al campione nel complesso, la produzione industriale ha conosciuto una contrazione del -9% rispetto al trimestre precedente per tutti i livelli territoriali considerati. Per le attività sospese la contrazione è stata del -14,3% a Treviso, e di oltre il -12% sia a Belluno che a livello regionale.Una caduta che si riverbera in modo analogo nelle variazioni tendenziali (rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso): per trovarne di pari intensità bisogna risalire al 2009.

Non fanno festa nemmeno le imprese appartenenti al gruppo delle “non sospese”. Al netto infatti di qualche rimbalzo congiunturale a loro favore (in particolare a Treviso: +4,6%),è la piattezza delle variazioni tendenziali che dà la conferma di uno stallo complessivo del comparto. A livello regionale (per prendere il dato statisticamente più significativo) la variazione su base annua della produzione, riferita alle “non sospese”, risulta del -0,1%.

Il grado di utilizzo degli impianti crolla al 62,5% (per Treviso) e al 65,4% per Belluno: in entrambe le province perde quasi 10 punti rispetto al trimestre precedente e si assottiglia visibilmente l’intervallo di confidenza (il che significa che quasi tutte le imprese versano nella stessa situazione). Anche in questo caso bisogna risalire al 2009 per trovare cadute analoghe dell’indicatore.

I dati sul fatturato confermano il quadro (e forse lo connotano in termini ancor più gravi). La caduta congiunturale è del -10,3% a Treviso (-15,5% per le sospese), del -11,3 a Belluno (con in negativo anche le “non sospese”); del -8,6% in Veneto (-12% le sospese; -3% le non sospese). Le variazioni tendenziali vanno a ricalco, come per la produzione (così si muovono quando è netta e rapida la discontinuità con il passato). Non fa testo la variazione tendenziale molto positiva di Belluno, generata da un sub-insieme di sole 20 imprese, non statisticamente significativo.

Più differenziata la situazione relativa alla raccolta degli ordinativi. La provincia di Belluno, grazie probabilmente alla proiezione all’estero dell’occhialeria, riesce a registrare un incremento degli ordinativi: del +2,6% su base trimestrale e del +0,9% su base tendenziale annua (incremento che interessa anche le “sospese”). A Treviso invece, in linea con il dato regionale, la raccolta ordini è in forte flessione sia su base trimestrale (-8,2%) che su base tendenziale annua (-7,1%), salvo un minimo di tenuta per le “non sospese” (+1,1%). A pesare molto è la caduta degli ordini dal mercato interno (quasi nell’ordine del -10% a Treviso, ma anche in Veneto). In contrazione però anche la raccolta ordini dall’estero, particolarmente significativa per Treviso su base trimestrale (-5,6%).

Previsioni molto negative, in un quadro macroeconomico senza precedenti

Inevitabile l’accorciamento dell’orizzonte di produzione assicurato dal portafoglio ordini: per le imprese manifatturiere trevigiane i giorni di produzione assicurati passano dai 52 in media del IV trimestre 2019 ai 36 del I trimestre 2020. Per quelle bellunesi passano da 58 a 45. Con previsioni per il prossimo trimestre orientate verso un profondo pessimismo.

Come infatti si nota dalla serie di grafici dann. 7 a 10, neppure durante la crisi del debito sovrano (2011-2012) si è registrata una così forte polarizzazione di giudizi negativi circa l’andamento dei principali indicatori (produzione, fatturato, ordini). Per il secondo trimestre dell’anno, oltre il 60%, in certi casi anche il 65% delle imprese intervistate, sia a Treviso che a Belluno, prevede ulteriori, ampie contrazioni di produzione e fatturato che vengono stimate (dagli stessi imprenditori) anche nell’ordine del -20% rispetto al primo trimestre 2020 (vedi tabella 3). Un’azienda su quattro riesce invece a posizionarsi in un’ipotesi di stazionarietà; solo un 10% degli intervistati prevede crescita.

Colpiscono le previsioni analitiche degli imprenditori trevigiani sulla domanda estera: il 59% è per una forte contrazione, cui si aggiunge un 6% che prevede di contenere i danni entro lievi contrazioni (e siamo quindi al 65% degli intervistati); un 24% prova a scommettere su una tenuta dell’indicatore (stazionarietà); solo un 10% si attende una possibile crescita (di cui lieve per il 3%, più significativa per il 7%).

Meglio (si fa per dire) la situazione a Belluno: dove i giudizi di contrazione della domanda estera si fermano al 48% degli intervistati, con un solido 39%, però, che prevede quanto meno di mantenere gli attuali livelli di ordinativi dall’estero. Solo un 13%degli intervistati scommette su ipotesi di crescita.

Come tutte le previsioni, è chiaro che bisogna saperle leggere (e farne una tara) alla luce del momento in cui sono formulate. Gli imprenditori hanno risposto al questionario nel mese di aprile, nel pieno dellockdowne ancora in assenza di una prospettiva di uscita dalla fase più acuta dell’emergenza sanitaria. Ciò può spiegare almeno una parte di questa forte polarizzazione dei giudizi verso il pessimismo. Al tempo stesso, le previsioni appena commentate sulla domanda estera danno bene la percezione di come non esistano, al momento, “vie di fuga” intese come mercati alternativi di sbocco, come invece accadde per la crisi del 2009.

Gli effetti del Covid-19 sull’economia sono globali: tali da impattare tanto sull’offerta (perturbazioni diffuse lungo le catene globali del valore, aggravate anche dalla non regolarità dei flussi finanziari d’impresa); quanto sulla domanda (minori redditi, ricomposizione delle voci di spesa, non propensione agli investimenti, caduta verticale delle immatricolazioni di auto, come del turismo e del suo indotto).

Le stime preliminari sul PIL mondiale attesterebbero una contrazione del -3,7% nel primo trimestre, rispetto al trimestre precedente. Una caduta senza precedenti – commentano gli analisti di Congiuntura Ref. nella nota dell’11 maggio scorso – superiore a quella cumulata fra il quarto trimestre 2008 e il secondo trimestre 2009.

Anche il PIL dell’Eurozona conosce una flessione analoga: del -3,8%, secondo le stime BCE rese note nel suo Bollettino economico n. 3/2020 di maggio. Ma i dati previsionalisuggeriscono andamenti peggiori per il secondo trimestre dell’anno.L’area dell’euro– scrive la BCE proprio nelle prime righe del Bollettino - sta affrontando una contrazione economica che per entità e rapidità non ha precedenti in tempi di pace.

Aprile sicuramente è stato un mese nero per buona parte delle economie avanzate. Non è escluso che da maggio in poi ci possano essere sorprese, tali quanto meno da attenuare gli scenari più foschi. Nei momenti di forte discontinuità del ciclo economico i modelli previsivi leggono il futuro con più incertezza (non a caso vengono fornite “forbici” di valori sull’andamento atteso del PIL). Al riguardo, già è alla cronaca il fatto che la produzione industriale in Cina, secondo l’ufficio statistica di Pechino,siatornata a crescere, in aprile, del +3,9% su base annua: molto meglio delle stime che parlavano di un +1,5% (e in netta inversione di tendenza dopo il -1,1% di marzo).

Tanti fattori entrano ora in gioco: la velocità di ripartenza dell’economia, la profondità dei danni, l’efficacia delle misure a sostegno delle imprese e delle famiglie e, non ultimo, il buon esito delle misure di contenimento del virus, soprattutto in fase di ripartenza, per non vanificare tutti i sacrifici fin qui fatti. L’ulteriore problema è dato dal fatto che per un periodo ancora imprecisato non solo dovremmo imparare a convivere con il virus, ma i mercati stessi resteranno asincroni, a causa del diverso andamento delle curve di contagio.

Oltre gli indicatori congiunturali: impatti nel business, nell’occupazione, nella liquidità

Il complesso intreccio di questi fattori e le incertezze che ne derivanotrovano pieno riflessonelle risposte rilasciate dagli imprenditori alla sezione del questionario che ha indagato l’impatto dell’emergenza Covid-19nei funzionamenti strutturali dell’azienda (mercati, occupazione, liquidità: vedi set di grafici in allegato da nn. 11 a 17).

Alla domanda su quale possa essere un orizzonte temporale di recupero delle perdite di fatturato, quasi l’80% delle imprese intervistate (con minime differenze tra i diversi territori) ritiene che difficilmente il recupero potràavvenire entro l’anno. Un 15% conta in un ritorno alla normalità entro il 2020. Una quota del tutto marginale (1,5%) ipotizza recuperi entro il terzo trimestre. Infine, un gruppetto di imprese pari al 5% degli intervistati ammette invece di non aver subito perdite: sono principalmente imprese dei beni di consumo e legate al settore alimentare-bevande, il meno compromesso dall’emergenza sanitaria, come sopra ricordato.

Il lockdown molto esteso dell’Italia ha inoltre generato criticità alle imprese tanto sul fronte degli approvvigionamenti quanto sul fronte delle vendite. Molti scenaristi stanno affermando che il Covid-19 ridisegnerà in modo profondo la geografia delle catene del valore. Può darsi. Intanto però il 70% delle imprese intervistate ci dice che ha avuto problemi di approvvigionamento in Italia (ma ogni livello della filiera rinvia ad un livello a monte: quindi diventa difficile stabilire un punto univoco del problema). Molto più distribuite le risposte relative ai Paesi esteri che hanno generato criticità di approvvigionamento: spiccano, fra questi, Cina e Germania.

Analoga situazione è emersa per le vendite: il 55% e oltre delle imprese intervistate ha avuto difficoltà nel mercato italiano. Comprensibile, considerato il blocco del commercio non alimentare. E’ il motivo principale che ha indotto le imprese a modificare i propri canali distributivi, probabilmente prendendo in considerazione anche l’opzione del commercio on-line. Sul fronte invece dei mercati esteri, i più segnalati per criticità nelle vendite sono Germania, Francia, Spagna, Usa e Regno Unito.

L’emergenza Covid-19 ha indotto anche un 20% circa di imprese in Veneto (18% a Treviso; 11% a Belluno)a modificare la produzione (convertendola in altra produzione). Un terzodi questo sottoinsieme di imprese (oltre 100 in valori assoluti a livello regionale) appartiene al settore tessile-abbigliamento-calzature, che ha optato per la riconversione temporanea di alcune linee alle produzione di mascherine, camici ospedalieri, dispositivi di protezione, ecc.). Ma anche altre 106 imprese del campione, operanti nel comparto metalmeccanico, hanno dichiarato adattamenti/riconversioni delle produzioni, probabilmente per restare posizionate dentro le filiere essenziali, assentite ad operare.

Per quanto riguarda l’occupazione, nel periodo gennaio-marzo 2020, l’82% delle imprese manifatturiere intervistate in regione ha fatto ricorso a qualche forma di provvedimento occupazionale per la gestione delle maestranze(con minime differenze fra territori). Le opzioni potevano essere plurime: è interessante notare che hanno prevalso quelle finalizzate a preservare i livelli occupazionali, complici probabilmente il divieto di licenziamento per cause economiche e le dichiarazioni di illimitata copertura finanziaria della CIG da parte del Governo.

In effetti, all’interno di questo gruppo di imprese che ha optato per qualche strumento di gestione dell’occupazione, tre su quattro (a livello regionale) hanno fatto ampio ricorso alla cassa integrazione guadagni (CIG), che ha coinvolto quasi metà dei dipendenti in organico. Il dato si differenzia in modo significativo per classi dimensionali delle imprese e per territori. Fra le imprese manifatturiere appartenenti alla classe 10-49 addetti, la quota di dipendenti coinvolti nella CIG arriva a superare, in media, il 73% degli organici; quota che invece resta attorno al 35% per le imprese con 50 addetti e più. Padova è la provincia nella quale risulta più alto il coinvolgimento di dipendenti nella CIG (quasi il 75% degli addetti relativi alle imprese intervistate nel territorio), seguita a ruota da Belluno (59%). All’opposto si posizionano le province di Verona (39%) e di Venezia (37%). La Marca Trevigiana presenta un 43% di dipendenti interessati dalla CIG, sul totale addetti del campione provinciale.

Significativo anche l’ampio ricorso allo smartworking: in Veneto (con minimi scarti fra territori) oltre il 40% delle imprese intervistate ha attivato (o rinforzato) questa modalità di lavoro. Questaquota sale al 74% per le imprese di maggiori dimensioni (50 addetti e oltre), ma resta significativa (35%) anche per le imprese fra i 10-49 addetti. I lavoratori coinvolti sono circa il 10-12% dei dipendenti in organico, tanto a livello regionale quanto nelle singole province. Intuibile l’accelerazione del fenomeno e la riduzione del gap tra piccola e grande imprese, se si prendono a riferimento i dati dell’Osservatorio Smart Workingdel Politecnico di Milano, pur non omogenei rispetto al nostro campione di riferimento. Secondo le stime del Politecnico, la diffusione dello smartworking riguardava, nel 2019, il 58% delle grandi imprese in Italia, e “solo” il 12% delle PMI. Sono dati che si riferiscono non solo al manifatturiero. Ma che invitano ad approfondire, sul territorio, quanto le cose possano essere cambiate, per effetto di Covid-19.

Un’impresa su quattro ha invece optato per la riduzione della manodopera temporanea: provvedimento che ha colpito mediamente il 7% dei lavoratori a livello regionale: tale quota sale al 13% con riferimento alle imprese fra i 10-49 addetti. Un po’ più accentuata l’incidenza del fenomeno in provincia di Belluno. Infine il 9% delle imprese ha favorito il part-time dei propri dipendenti (ma con un impatto marginale sugli organici). L’opzione del licenziamento è stata praticata dal 4% delle imprese, in netta prevalenza 10-49 addetti, e con riferimento ad altre causali diverse da quelle economiche: anche in questo caso l’impatto della misura risulta del tutto marginale rispetto agli organici in gioco).

Il questionario ha inoltre indagato la situazione finanziaria delle imprese alla luce dell’emergenza Covid-19. La principale criticità emersa riguarda l’aumento dei ritardi nei pagamenti effettuati dai clienti(talvolta associato alla sospensione o all’annullamento degli ordini, talvolta pretestuoso, come è emerso da certe segnalazioni). E’ un’ampia maggioranza assoluta degli intervistatiche evidenzia questo problema (63% a livello regionale): percentualeche resta abbastanza omogenea in tutte le stratificazioni del campione (settoriali, territoriali, dimensionali). A Treviso la criticità è segnalata dal 68% delle imprese intervistate, mentre a Belluno siamo al 58% degli intervistati. I settori dove il problema pare ancora più acuto sono quelli dell’orafo, della gomma-plastica, della carta-stampa.

La seconda criticità segnalata, pressoché speculare alla prima (in aggiunta al calo generalizzato del fatturato), riguarda la difficoltà a sostenere le spese correnti. Anche in questo caso è oltre metà del campione regionale (55% degli intervistati) ad evidenziare il problema, con distribuzioni sostanzialmente analoghe nelle diverse province, ma con alcune polarizzazioni settoriali che riguardano, in particolare, il sistema moda e il legno-mobilio.Terzo e quarto fattore critico viaggiano di pari passo: sono la difficoltà a far fronte al rimborso dei finanziamenti (segnalato dal 30% delle imprese intervistate a livello regionale) e l’accesso al credito (segnalato dal 27% delle imprese). Nelle province di Belluno e Treviso si inverte l’ordine di questi due fattori: in particolare a Belluno la difficoltà di accesso al credito viene segnalata, come terzo dei problemi in questa situazione, da quasi il 37% degli intervistati.

Le priorità a sostegno della ripartenza

Cosa fare per sostenere la ripartenza? Gli imprenditori non hanno dubbi su quale sia la priorità: un’impresa su tre (tanto a livello regionale che provinciale) chiede che sia facilitato l’accesso al credito. L’appello risulta ancora più marcato (guardando alla polarizzazione delle risposte) per i settori dei mezzi di trasporto, dell’occhialeria, del legno-mobilio. Molti sono preoccupati di un’applicazione acritica e automatica dei parametri di merito di credito (Basilea III) senza tenere conto di quanto generalizzato sia, in questa fase, come sopra segnalato, l’incremento degli insoluti da parte dei clienti, gli squilibri conseguenti nel circolante, l’evoluzione economica negativa del settore di appartenenza. Per citare i più classici fra i parametri che possono incidere negativamente nelle valutazioni di merito di credito.

Al secondo posto (seguendo la graduatoria regionale delle priorità, ma con minimi scarti fra territori) si colloca la richiesta di rinvio delle scadenze fiscali, indicata dal 25% delle imprese intervistate. A seguire, come terza priorità, il potenziamento della Cassa Integrazione (da intendersi come potenziamento delle coperture finanziarie per l’istituto): lo chiede in media il 22% delle imprese a livello regionale, quota che sale al 27% con riferimento alle imprese di maggiori dimensioni (50 addetti e più). Nella provincia di Belluno il potenziamento della CIG catalizza l’interesse del 30% degli intervistati.

Segnalate anche, ma non in cima alle priorità, misure concernenti la moratoria o il rinvio degli interessi a scadenza sui mutui (7,6% degli intervistati a livello regionale), crediti di imposta sugli investimenti (6,2%), incentivi per l’accesso ai fondi europei (3,4%) o per implementare in azienda il lavoro a distanza (1,4%).

Vedi grafici

A cura dell’Ufficio Studi e Statistica della
Camera di Commercio di Treviso – Belluno

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