GLI INVESTIMENTI ESTERI DELLE IMPRESE. INTERVISTA A RENATO CHAHINIAN

Il dott. Chahinian, già Segretario Generale Camerale è autore delle rubriche:  Investire a Treviso e Belluno – Il Punto – Sostenibilità e innovazione pubblicate sul portale di marketing territoriale camerale www.trevisobellunosystem.com.

E’ autore del libro AGENDA 2030 COME FARE. Integrare crescita economica, sviluppo sociale e sostenibilità ambientale. Luglio 2024 – Edizioni Angelo Guerrini e Associati srl.

Investire a Treviso e Belluno: dalla responsabilità sociale alla responsabilità sostenibile d’impresa

E’ opportuno approfondire il tema della gestione di una qualsiasi impresa (grande o piccola che sia) alla luce dei principi di sostenibilità. Tale indagine risulta essenziale per tutte le aziende che vogliono migliorare, in maniera corretta e rispettosa dei diritti altrui e dell’ambiente in cui operano, ma è da considerarsi pure basilare per tutti gli investitori (italiani e stranieri) che desiderano perseguire una finanza sostenibile. Infatti, proprio osservando il comportamento gestionale delle attività imprenditoriali esistenti, è possibile individuare le azioni virtuose, maggiormente meritevoli di supporto per lo sviluppo.

Nell’articolo del 1° ottobre “AGENDA 2030 COME FARE. Integrare crescita economica, sviluppo sociale e sostenibilità economica” sono stati indicati i principali contenuti del mio libro, edito da Guerini e Associati, sullo sviluppo sostenibile e sulle azioni ed i benefici conseguenti a tale obiettivo. Proprio sulla base di questa trattazione emerge prioritariamente la necessità per ogni organizzazione di integrare gli obiettivi economici con quelli sociali e quelli ambientali, in modo che lo sviluppo di lungo termine si estenda ad ogni aspetto della tridimensionalità e dia il massimo risultato complessivo. Pertanto, l’investimento vincente non può che essere legato ad una strategia di sostenibilità.

 

La strategia aziendale sostenibile

In generale, le imprese locali da sempre si sono dimostrate sensibili ai fenomeni sociali del territorio di appartenenza e, di fatto, svolgono già una gestione improntata allo sviluppo sociale, a fianco della crescita economica, e quindi praticano effettivamente la responsabilità sociale d’impresa, che costituisce il primo pilastro della sostenibilità. Più recentemente, poi, le stesse imprese si stanno avvicinando sempre più anche ad una sensibilità ambientale, consapevoli che nel proprio operare bisogna tener conto pure degli impatti di questo tipo, ma non si è arrivati ancora ad una completa responsabilità sostenibile d’impresa, se non in casi limitati, anche se le pratiche implementative si stanno diffondendo significativamente soprattutto nel Nord – Est.

Proprio per arrivare più velocemente al raggiungimento decisivo di questa meta, occorre procedere sostanzialmente e radicalmente nel mutamento della strategia aziendale, ossia nell’impostazione di una nuova strategia che, pur tenendo conto degli obiettivi economici di remunerazione di tutti i fattori produttivi, aggiunga pure gli obiettivi sociali connessi e quelli di riduzione degli effetti ambientali dannosi.

Tale nuova impostazione, certamente più ampia e complessa di quella usuale sinora adottata, non deve spaventare eccessivamente il management aziendale. Infatti, non si tratta di aggiungere nuove attività a quelle già esistenti per contribuire a risolvere tutti i mali del nostro mondo, ma di continuare a svolgere le attività programmate, ovviamente con l’accortezza che queste siano utili al miglioramento sociale e siano rispettose dell’ambiente. In pratica, un’impresa calzaturiera continuerà a fabbricare calzature nel migliore dei modi ed a prezzi competitivi, ma queste dovranno essere ottenute con processi produttivi che non ledano i diritti umani e che siano ambientalmente compatibili con la mitigazione climatica e con la disponibilità di risorse naturali.

Certamente, nemmeno queste accortezze sono trascurabili e quindi occorreranno comunque un maggiore impegno e costi aggiuntivi, per tener conto di tali esigenze sociali ed ambientali da soddisfare nell’attuazione di tutto il processo produttivo, ma, come abbiamo già osservato in precedenti articoli, i sacrifici iniziali saranno abbondantemente compensati dai benefici futuri di lungo termine. Per questo, la strategia da impostare non potrà essere di breve durata, anzi dovrebbe essere opportunamente estesa alle scadenze dei principali obiettivi dell’Agenda 2030 (ossia allo stesso 2030 e, con qualche ulteriore proiezione, agli obiettivi definitivi del 2050). Pertanto, risulta evidente l’ampio margine temporale disponibile per il conseguimento degli obiettivi medesimi e quindi per la ripartizione dei relativi sacrifici necessari. Inoltre, nel processo di revisione della strategia in atto è probabile che si trovino occasioni di riduzione di costi esistenti e che i nuovi oneri possano pure essere compressi da razionalizzazioni ed innovazioni produttive.

Alla fine, l’impegno aggiuntivo annuale per la transizione dovrebbe essere sopportabile per ogni azienda, anche di piccole dimensioni, tranne casi particolari o settori energivori, per i quali, tuttavia, sono disponibili anche agevolazioni pubbliche.

 

Le modificazioni strategiche da impostare

Innanzi tutto, bisogna notare che le organizzazioni che attualmente svolgono attività con fini sociali od ambientali (imprese sociali e del terzo settore in generale) già godono di una strategia rivolta verso i corrispondenti obiettivi e pertanto per queste si tratta soltanto di implementare ed arricchire i target in vigore.

Per quanto riguarda invece le imprese che per lo più svolgono un’attività economica di mercato,  le strategie in atto vanno integrate con i pertinenti obiettivi a contenuto sociale ed ambientale. Proprio in tale ambito è importante segnalare le possibili integrazioni essenziali per ottenere uno sviluppo aziendale sostenibile.

Si tratta di inserire i noti elementi ESG (Environmental, Social, Governance) nella strategia che prima non li contemplava. Ora, con l’introduzione della cosiddetta CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive), gli elementi da considerare, monitorare e valutare sono ben specificati, a differenza di prima, e pertanto sono disponibili guide esaurienti per l’impostazione di tutto il processo programmatorio e per gli schemi più usuali di rendiconti annuali, al fine della presentazione dei risultati, sia per il management interno che per gli stakeholder esterni.

Certamente ora la strategia risulta più complessa, perché si deve controllare l’evoluzione non solo dell’aspetto economico – finanziario (come già si faceva), ma pure di quello ambientale, sociale e di governance e, in questa prospettiva,  bisogna fare in modo che nessuna dimensione si aggravi e cioè che lo sviluppo di una vada a causare la riduzione di un’altra. Ma, come si è osservato in altri articoli, questo non succede con una valida gestione di lungo termine.

Allora, l’impostazione essenziale della nuova strategia esamina l’attività economica programmata per il futuro e ne individua gli impatti conseguenti sui tre elementi citati e ne valuta pure i connessi rischi economico – finanziari, che saranno solitamente inferiori a quelli della vecchia strategia, proprio perché ogni impatto ambientale, sociale e di governance, prima o poi, finisce per dar luogo a movimenti monetari che possono risultare favorevoli o sfavorevoli (per l’impresa e per gli stakeholder, compresa la comunità di riferimento) a seconda che le nuove decisioni strategiche siano più o meno orientate alla sostenibilità dell’attività aziendale.

Le azioni da programmare (e poi effettivamente da realizzare) possono essere moltissime e diversificate tra loro, ma, soprattutto per le PMI, possono ridursi a poche essenziali strettamente legate alle specifiche attività economiche di competenza. Per fornire qualche indicazione generale al riguardo, si può aggiungere qualche cenno dimostrativo.

 

Le principali azioni sostenibili da programmare e realizzare

Seguendo sempre l’ordine dell’acronimo ESG, si può innanzi tutto verificare che il miglioramento ambientale, nell’ambito dell’attività economica esercitata, faccia riferimento principalmente alle emissioni di gas serra. Se si punta ad una loro riduzione, si ottiene corrispondentemente (in relazione agli obiettivi ONU dell’Agenda 2030):

  • un incremento di energia pulita ed accessibile (obiettivo 7);
  • la garanzia di consumi e produzione responsabili (obiettivo 12);
  • la mitigazione del cambiamento climatico (obiettivo 13);
  • la possibilità di conservare meglio la vita sulla terra e sott’acqua (obiettivi 14 e 15).

Per ridurre le predette emissioni, occorre cercare di diminuire il più possibile il fabbisogno energetico di fabbricati, processi produttivi e mezzi di trasporto aziendali. Il fabbisogno incomprimibile, poi, va soddisfatto il più possibile con energie rinnovabili (prevalentemente idriche, solari ed eoliche). Se sarà possibile ottenere ciò completamente entro il 2050, l’impresa può considerarsi ambientalmente eccellente e raggiungere la meritoria sostenibilità aziendale, acquisendo pure tutti i vantaggi economici che nel tempo si manifesteranno a suo favore (costi energetici molto bassi, autosufficienza energetica, minori eventi sfavorevoli).

Passando alla dimensione sociale, le azioni da compiersi dovrebbero incentrarsi sulla soddisfazione degli stakeholder e non soltanto dell’investitore, per soddisfare il quale vengono spesso sacrificati gli interessi degli altri. Certamente va salvaguardata anche un’equa remunerazione all’azionista per il capitale di rischio conferito, ma non si devono comprimere le giuste aspettative:

  • dei dipendenti, che hanno diritto ad un salario dignitoso, oltre a condizioni di lavoro (e soprattutto di sicurezza) soddisfacenti;
  • dei fornitori e dei clienti (lungo l’intera filiera produttiva), i quali pure aspirano ad un’equa remunerazione dei fattori produttivi impiegati;
  • della comunità locale di riferimento, attraverso l’incremento del valore aggiunto derivante dall’attività virtuosa dell’azienda e mediante il giusto contributo in termini di tassazione per i servizi pubblici di cui anche ogni organizzazione gode.

Tutti questi accorgimenti favoriscono prevalentemente gli obiettivi sociali della predetta Agenda, in quanto:

  • diminuiscono la povertà dei lavoratori sottopagati (obiettivo 1);
  • con la riduzione della povertà, diminuiscono pure la fame e permettono maggiore salute e benessere, migliore istruzione di qualità, parità di genere, disponibilità di acqua e di energia pulite (obiettivi da 2 a 7);
  • implementano il lavoro dignitoso e la crescita economica per tutti gli stakeholder coinvolti e per le comunità di riferimento (obiettivo 8);
  • sviluppano le imprese interessate e l’innovazione sostenibile delle attività coinvolte (obiettivo 9);
  • riducono le disuguaglianze (obiettivo 10);
  • attenuano il degrado sociale nelle città e comunità di riferimento (obiettivo 11);
  • rendono le filiere produttive socialmente più responsabili (obiettivo 12);
  • favoriscono la giustizia e le istituzioni solide (obiettivo 16).

Così facendo, oltre ad una reputazione rilevante nel proprio contesto sociale e di mercato, l’impresa potrà sviluppare adeguatamente il business attuale ed ottenere, dalla maggiore collaborazione degli stakeholder, vantaggi a lunga scadenza che nessun’altra iniziativa le consentirebbe. Anche qui la giusta remunerazione di tutti i collaboratori non è proibitiva per un’azienda ben gestita ed in grado di coinvolgere virtuosamente al meglio tutti i lavoratori beneficiati.

Infine la governance è pure essenziale, poiché sono le decisioni generali a coinvolgere tutte le persone e le pratiche organizzative ed operative. Una scarsa sensibilità del management verso la sostenibilità produrrebbe inefficienze e disorganizzazione anche se tutto il personale fosse fortemente motivato all’eccellenza sostenibile. In altri termini, occorre un’efficace governance dello sviluppo sostenibile che può realizzarsi soltanto con una mentalità aperta verso i nuovi obiettivi ed integrata da una solida competenza al riguardo. Ciò non vuol dire che tutti gli amministratori debbano essere esperti di sviluppo sostenibile, ma che ciascuno abbia almeno le conoscenze di base per valutare e promozionare le attività innovative da mettere in atto. Poi le linee operative saranno demandate ai dirigenti e funzionari responsabili.

Una delle politiche strategiche essenziali, propria degli amministratori in questo campo, è data dai rapporti con gli investitori (azionisti e creditori) che sono gli stakeholder da “convertire” alla sostenibilità, tenendo conto del fatto che proprio loro verrebbero a perdere parte dell’esclusività passata, sacrificando una quota dei rendimenti attuali, per ottenere ben più soddisfacenti benefici e rendimenti futuri. Le PMI comunque sono facilitate in tal senso per il fatto che molti amministratori di queste sono pure investitori, spesso con la maggioranza del capitale, e quindi le finalità strategiche più generali vengono perseguite in maniera unitaria.

L’esame della strategia aziendale è quindi essenziale per ogni nuovo investimento e dalla valutazione della medesima deve dipendere la relativa decisione di aderire o meno, sia da parte di soggetti interni che di nuovi investitori esterni.

Riproponiamo l’intervista al dott. Chahinian sugli investimenti esteri. 2014

Intervista per Economia della Marca Trevigiana n 05/2014

Renato Chainian

Con questa intervista abbiamo il piacere di approfondire la tematica degli investimenti esteri delle imprese. Per comprendere che cosa sono e che effetti hanno sull’economia del territorio.

 

Troverete degli utili abstract pensati per agevolare la lettura sul web e per rinviare all'approfondimento delle argomentazioni d'interesse.

Dottor Chahinian, si parla molto di investimenti esteri, ma spesso senza chiarire il loro significato economico e gli effetti concreti che questi possono produrre. Ci può presentare inmerito qualche criterio di riferimento?

ABSTRACT: L’investimento estero è molto importante e vantaggioso per la crescita del nostro Paese. Se: è innovativo, cioè migliora la produttività e competitività delle imprese interessate; è nuovo, ossia è aggiuntivo rispetto ad eventuali disinvestimenti correlati. Nella realtà operativa ciò non sempre avviene, soprattutto nell’attuale periodo di crisi.

Innanzi tutto bisogna premettere che oggi esiste una estrema necessità di investimenti per uscire dalla crisi, dato il forte calo di questi ultimi anni. Ma occorrono investimenti convenienti, ossia in grado di produrre un valore aggiunto sufficiente a remunerare il fattore lavoro ed il capitale investito (sia quello di credito, fornito per lo più dalle banche, sia quello di rischio, fornito dall’imprenditore e da terzi investitori). Se ciò non avviene, si attuano investimenti ripetitivi, che perpetuano le nostre condizioni di scarsa produttività e di permanenza nella crisi.
Soltanto con l’investimento innovativo (ossia in grado di migliorare i costi e la qualità dei prodotti e servizi offerti) è possibile accrescere la produttività e la competitività e quindi siamo in grado di uscire dalla crisi e di procedere verso un nuovo periodo di crescita. Altri interventi alternativi, che non tengano conto della validità dell’investimento (interventi monetari, di stimolo della domanda aggregata od altro), possono sortire solo effetti limitati e temporanei.
A questo punto, ha poca importanza se l’investimento è estero oppure italiano, purché sia innovativo (anzi l’investimento italiano sarebbe preferibile in questo campo, perché rimarrebbe da noi anche la remunerazione del capitale proprio). Ma siamo in tempi di crisi e la propensione interna all’investimento è molto bassa, quindi ben vengano anche gli investimenti esteri!
Chiarita questa condizione, bisogna precisarne un’altra: deve trattarsi di un nuovo investimento (al netto di eventuali disinvestimenti). In questo periodo di crisi, infatti, assistiamo per lo più a scambi di pacchetti azionari e non ad aumenti di capitale, né a nuovi insediamenti di società straniere. In tal modo, l’attività rimane sempre quella: eventualmente muta (e potrebbe anche migliorare, ma pure peggiorare), ma non cresce.
Soltanto se l’investimento straniero è aggiuntivo al capitale esistente, oppure se il ricavato di una cessione di capitale viene ulteriormente reinvestita in altre attività economiche, il vantaggio è concreto (ma non sempre è così nell’attuale stato di crisi). Infatti, nel 2010, ad esempio, il flusso degli investimenti esteri nel Veneto è risultato negativo (i disinvestimenti esteri hanno superato gli investimenti esteri). Fortunatamente, nel 2011 e nel 2012 (i dati del 2013 sono in via di elaborazione) il saldo è risultato positivo, ma anche in questo caso non si hanno informazioni sugli eventuali reinvestimenti in altre attività economiche  delle cessioni di imprese italiane e pertanto non si può affermare con certezza che si tratta di maggiori investimenti nell’economia reale del nostro territorio.

Ha senso parlare di attrattività di una provincia per gli investimenti esteri, o è necessario considerare l’attrattività a livello regionale e nazionale? E la nostra provincia può considerarsi attrattiva?

ABSTRACT: Ciascun livello territoriale ha le sue caratteristiche, che però subiscono l’influenza del sistema Paese, il quale agisce negativamente per molti aspetti ai fini dell’ attrattività. Tuttavia Treviso ed il Veneto avrebbero comunque parecchi motivi di attrazione per gli investimenti esteri. Ma tali caratteristiche non sono abbastanza conosciute.

Dopo quanto è stato sinora considerato, bisogna domandarsi cosa occorre per attrarre dall’estero “buoni” investimenti (cioè innovativi, produttivi e competitivi)?
Innanzi tutto, detti investimenti possono essere realizzati da multinazionali (o anche da PMI straniere) che posseggano buone tecnologie e metodi gestionali ed organizzativi avanzati, in grado di conferire all’investimento quelle caratteristiche importanti di capitale umano e di innovazione. Ma allora, perché un’impresa estera tanto capace dovrebbe preferire l’investimento nel nostro territorio, rispetto a quello in qualsiasi altra area del mondo? E qui entra in gioco il grado di attrattività, che ovviamente è diverso da territorio a territorio, ma anche da azienda ad azienda all’interno di uno stesso territorio (se si intende investire in una unità già esistente).
Sorvolando sul concetto generale di attrattività (peraltro già illustrato e discusso nella serie di articoli sull’attrattività del sistema Treviso apparsi qualche anno fa in un’apposita rubrica di www.trevisobellunosystem.com), qui è sufficiente precisare che si tratta di offrire ai potenziali investitori un contesto favorevole sotto l’aspetto delle risorse interne da utilizzare (umane e finanziarie) e dal punto di vista delle economie esterne (effetti sull’attività di impresa prodotti dal contesto esterno).
A questo punto si può considerare che ciascun contesto (nazionale, regionale, provinciale, ma a volte anche distrettuale e comunale) hanno la possibilità di influire positivamente o negativamente sui risultati dell’investimento programmato e quindi sull’attrattività del contesto per la sua realizzazione.
Iniziando dal nostro sistema-Paese, sono ben note le sue inefficienze e disfunzioni che ovviamente si riverberano negativamente sul suo grado di attrattività. Ma bisogna anche considerare la favorevole reputazione che le nostre produzioni godono all’estero, soprattutto con il riconoscimento del made in Italy, cui recentemente si sono accostati altri aggettivi lusinghieri, quali quelli delle “3 B” (bello, buono e ben fatto).
A livello della nostra regione sono meno sentite le esternalità negative dell’Italia (anche se non si possono sopprimere gli effetti disastrosi di una pressione fiscale eccessiva sulle imprese, la carenza di servizi pubblici generali, quali la giustizia, ecc.). Ma è pure da osservare che il made in Veneto, pur essendo di fatto molto significativo, ancora non è abbastanza conosciuto a livello globale.
Analogamente al Veneto, anche la provincia di Treviso ha buone capacità attrattive soprattutto nell’ampio settore manifatturiero, in cui sono diffuse ottime capacità imprenditoriali e lavorative, che pure non sono abbastanza note nel vastissimo panorama delle attività internazionali.
Purtroppo non esistono statistiche di stock sugli investimenti esteri sotto il livello nazionale e quindi non possiamo sapere se la consistenza di tali investimenti è più o meno significativa a livello locale (si conoscono soltanto i flussi annuali, che variano moltissimo nei diversi periodi), ma si può affermare che potenzialmente l’attrattività del Veneto e di Treviso è buona, nonostante le gravi difficoltà del sistema nazionale e sebbene l’economia globale, con le sue generalizzazioni, se ne sia ancora poco accorta. In particolare, si possono riscontrare a livello locale capacità del capitale umano (in termini di affezione, impegno, spirito collaborativo, flessibilità e saperi taciti), che possono più facilmente aprire la strada all’innovazione, in presenza di saperi codificati ed avanzati propri delle multinazionali.
Le nostre PMI leader nei mercati internazionali sono una prova di corretto utilizzo di simbiosi delle capacità interne con le relazioni globali, oltre che la dimostrazione delle notevoli innovazioni introdotte. Purtroppo nelle statistiche ufficiali sull’innovazione e l’attrattività il Veneto non si presenta bene a livello europeo, a causa della limitata attuazione delle proprie eccellenze, compressa da un sistema nazionale restrittivo e frustante. Eppure l’indagine Ocse Pisa denota tra i giovani una diffusione di competenze in materie linguistiche e matematiche ben superiore alla media europea. Tutto ciò potrebbe indurre imprese straniere avanzate a programmare: nuovi insediamenti locali, puntando sulle capacità lavorative del territorio; nuovi investimenti in aumento del capitale delle imprese innovative esistenti (o con apposite joint venture), beneficiando così delle eccellenze imprenditoriali e tecniche locali; l’acquisizione di imprese in crisi con buone potenzialità economiche, ma in difficoltà finanziarie, approfittando del loro prezzo attuale praticamente nullo, che potrebbe poi crescere consistentemente con un adeguato piano di risanamento, offrendo così agli investitori opportunità di consistenti plusvalenze.

Aeroporti, porti, interporti e ferrovie, insomma tutte le vie di comunicazione, hanno un ruolo nel sistema dell’attrattività? Altri fattori possono avere un ruolo rilevante per Treviso?

ABSTRACT: Le infrastrutture di trasporto, anche se di buon livello, non sembrano sufficienti, in un’ottica di ripresa dell’economia, ad assicurare i fabbisogni di spostamento di persone e merci. Altre infrastrutture economiche esistenti a livello locale presupporrebbero un potenziamento (e non una riduzione) delle attività delle Camere di commercio che per lo più le gestiscono. Per questi motivi, il contesto futuro di economie esterne non potrà essere molto favorevole all’attrazione di investimenti dall’estero.

Come già accennato nella precedente risposta, il buon esito di un investimento dipende dalle risorse interne (lavoro e capitale) adeguate, ma anche dalle economie esterne. Quindi un’impresa straniera, al pari di quella italiana, non ricerca soltanto il capitale umano ed il capitale fisico che promettano le migliori prestazioni, ma anche un favorevole contesto esterno all’impresa (capitale sociale ed istituzioni).
Senza approfondire il complesso argomento, si può sintetizzare che una delle economie esterne, tra i fattori più importanti dello sviluppo delle attività economiche, è data dalle infrastrutture (sia pubbliche che private), tra cui quelle di trasporto occupano un ruolo rilevante. Infatti, un efficiente ed efficace sistema di trasporti locali e ben collegati con le reti nazionali ed internazionali facilita lo spostamento delle persone e delle merci in minore tempo e con minori costi. Ciò abbatte anche i costi di produzione e fa crescere il valore aggiunto di ogni investimento a parità di risorse impiegate. Se quindi i trasporti in un territorio consentono un maggior valore aggiunto, ciò accresce l’attrattività per nuovi investimenti. Il Veneto e Treviso godono di buone infrastrutture di trasporto, ma queste sono generalmente insufficienti alle esigenze di mobilità delle merci e delle persone, soprattutto se finirà l’attuale periodo di crisi ed i traffici locali cresceranno sensibilmente. Ciò vale particolarmente per le opere stradali ed autostradali, che assorbono il maggior numero di spostamenti; meno assillante appare il problema per porti, aeroporti ed interporti, ove semmai l’esigenza maggiore è quella di un loro migliore funzionamento sotto l’aspetto tecnologico ed organizzativo.
Ma le vie di comunicazione fisica non bastano più ed occorrono sempre più rilevanti ed avanzate comunicazioni telematiche, i cui effetti creano benefici economici ancora maggiori. In questo campo dobbiamo constatare che la diffusione delle tecnologie informatiche e telematiche nelle nostre PMI è ancora abbastanza contenuta per quanto riguarda gli strumenti più evoluti e ciò non incoraggia l’insediamento di imprese straniere. Ma soprattutto sono carenti le infrastrutture digitali e non sono realizzati i lavori per una maggiore copertura della banda larga ed ultralarga (con la recente conversione in legge del decreto “Sblocca Italia” sono stati previsti nuovi stanziamenti in proposito, ma siamo ancora lontani dalle maggiori coperture già presenti in altri Paesi europei e comunque dai livelli auspicabili). Tra le altre infrastrutture economiche territoriali che possono rivestire un ruolo rilevante ai fini dell’attrazione di investimenti esteri, si possono citare: mercati e centri commerciali all’ingrosso, fiere e mostre, borse merci, centri e laboratori di ricerca e di innovazione, centri direzionali e promozionali, centri congressuali, camere arbitrali, ecc.. Sono tutte strutture la cui presenza e funzionalità possono orientare nuove scelte di insediamento nell’area.
Ma buona parte di queste infrastrutture sono state realizzate e vengono tuttora gestite dalla locale Camera di commercio competente. Pertanto, la recente legge di riduzione del diritto annuale ed ancor più i previsti provvedimenti di ridimensionamento del sistema e delle attività camerali non solo comporteranno una minore disponibilità di infrastrutture e di servizi per le imprese locali, ma anche inibiranno in futuro i nuovi investimenti stranieri in tutte le aree del Paese.
In conclusione si può sintetizzare che le infrastrutture, a causa della politica di austerità attualmente praticata, che penalizza molto anche gli interventi economici, non saranno in grado, in prospettiva, di presentare un contesto attrattivo per l’investimento straniero.

Treviso e il Veneto sono in grado di attivare soddisfacenti interventi all’estero? Le istituzioni, che ruolo possono avere?

ABSTRACT:  Pervenendo ad una sintesi definitiva , si può osservare che: è opportuno incrementare entrambi i flussi di investimenti (da e per l’estero), alle condizioni evidenziate, con una collaborazione fattiva tra operatori ed istituzioni (che recentemente è stata pure prevista a livello nazionale), per ottenere vantaggi che soltanto gli investimenti interni non potrebbero assicurare; esistono già promettenti potenzialità perché questo avvenga, soprattutto nelle caratteristiche delle nostre risorse umane interne in senso lato; ma sono ancora inadeguate le economie esterne, che dovrebbero coadiuvare gli sforzi individuali in questa direzione, stimolando principalmente il capitale umano e l’innovazione, essenziali per ogni politica di sviluppo.

Ovviamente esistono anche flussi contrari di investimento all’estero di capitali italiani e locali. Anche in questo campo sono necessarie alcune precisazioni per valutare gli effettivi benefici dell’operazione.
Se si tratta di nuovo investimento (delocalizzazione verticale), verrà attuata una nuova produzione in un Paese estero, accrescendo così i redditi di capitale del nostro imprenditore. Se invece si trasferisce all’estero una produzione interna (delocalizzazione orizzontale), l’investimento non si modifica significativamente (può variare soltanto per costi di trasferimento e per oneri diversi di localizzazione all’estero), ma si riducono i redditi di lavoro interni percepiti dai nostri lavoratori. In tali casi, quindi, l’operazione può essere vantaggiosa soltanto se la delocalizzazione produce un incremento di competitività per l’azienda, che può derivare da una diminuzione di costi (soprattutto, ma non esclusivamente, di personale) e/o da un aumento di ricavi (per espansione del mercato). Non sempre ciò si verifica e per questo si assiste anche a rilocalizzazioni di produzioni trasferite all’estero e poi rientrate per non sufficienti risultati in termini di maggiore competitività.
Sulle decisioni di delocalizzazione influiscono in maniera determinante le carenti economie esterne offerte dal nostro contesto ed il grado di produttività delle nostre risorse umane in relazione all’elevato costo del lavoro, come già osservato a proposito degli investimenti provenienti dall’estero. Anche per i flussi verso l’estero non esistono dati di consistenza a livello regionale e provinciale. Sulla base soltanto di una rilevazione di flussi cumulati effettuata per il periodo 2008/2011 per il Veneto (v. il capitolo sugli investimenti diretti esteri di Veneto Internazionale 2012, pubblicato da Unioncamere Veneto) si può notare che nei primi anni della crisi la nostra regione, come le altre maggiori regioni internazionalizzate, ha presentato un saldo in favore degli investimenti italiani all’estero (rispetto a quelli esteri in Italia). Ma se guardiamo alla somma delle due consistenze (investimenti all’estero e dall’estero), che denota il grado di internazionalizzazione degli investimenti nell’economia, il dato registrato per il Veneto è stato di oltre 5 miliardi di euro, superato da altre regioni più attive in questo campo (Lazio, Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna). Si deve però osservare al riguardo che molti flussi in entrata ed in uscita nella nostra regione si sono verificati precedentemente (negli anni Novanta e nei primi anni Duemila).
Per quanto riguarda le istituzioni, queste avrebbero il compito principale di supportare gli investimenti interni, ma anche quelli esteri, ovviamente con le attenzioni descritte in questa intervista, per evitare che pure lodevoli sforzi promozionali producano effetti negativi. In particolare, le istituzioni pubbliche dovrebbero favorire maggiormente l’internazionalizzazione (che è pur sempre un’innovazione di mercato) nell’ambito di una più convinta e concreta politica industriale, anche se la domanda è bassa da parte delle imprese minori locali. Le istituzioni private (e soprattutto quelle a carattere associativo) dovrebbero invece puntare sulle forme aggregative, per favorire notevolmente la formazione di consorzi, joint venture, reti, distretti, in grado di operare sempre più incisivamente a livello internazionale, non soltanto commercialmente, ma pure con partenariati di diversi Paesi.

Intervista per Economia della Marca Trevigiana n 05/2014