Nel 2024 il 23,1% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale (nel 2023 era il 22,8%), si trova cioè in almeno una delle tre seguenti condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale oppure a bassa intensità di lavoro.
La quota di individui a rischio di povertà si attesta sullo stesso valore del 2023 (18,9%) e anche quella di chi è in condizione di grave deprivazione materiale e sociale rimane quasi invariata (4,6% rispetto al 4,7%); si osserva un lieve aumento della percentuale di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (9,2% e 8,9% nell’anno precedente).
Nel 2023, il reddito annuale medio delle famiglie (37.511 euro) aumenta in termini nominali (+4,2%) e si riduce in termini reali (-1,6%).
Nel 2023, l’ammontare di reddito percepito dalle famiglie più abbienti è 5,5 volte quello percepito dalle famiglie più povere (in aumento dal 5,3 del 2022).
CONDIZIONI DI VITA
Stabile il rischio di povertà
I dati sulle condizioni di vita nel 2024 mostrano un quadro sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente. La popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale (indicatore composito Europa 2030) nel 2024 è pari al 23,1% (era 22,8% nel 2023), per un totale di circa 13 milioni e 525mila persone. Si tratta degli individui che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale o a bassa intensità di lavoro (cfr. Glossario).
Nello specifico, sono considerati a rischio di povertà gli individui che vivono in famiglie il cui reddito netto equivalente dell’anno precedente (senza componenti figurative o in natura) è inferiore al 60% di quello mediano. Nel 2024, risulta a rischio di povertà il 18,9% (lo stesso valore registrato nel 2023) delle persone residenti in Italia (vivono in famiglie con un reddito netto equivelente inferiore a 12.363 euro), per un totale di circa 11 milioni di individui.
Sostanzialmente stabile e pari al 4,6% (era 4,7% nel 2023) risulta la quota di popolazione in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale (oltre 2 milioni e 710mila individui), la quota cioè di coloro che, nel 2024, presentano almeno 7 segnali di deprivazione dei 13 individuati dal nuovo indicatore Europa 2030; si tratta di segnali riferiti alla presenza di difficoltà economiche tali da non poter affrontare spese impreviste, non potersi permettere un pasto adeguato o essere in arretrato con l’affitto o il mutuo, ecc (cfr. Glossario per il dettaglio degli indicatori considerati).
Gli individui che nel 2024 vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (cioè con componenti tra i 18 e i 64 anni che nel corso del 2023 hanno lavorato meno di un quinto del tempo) sono il 9,2% (erano l’8,9% nel 2023), ammontando a circa 3 milioni e 873mila persone. La quota di individui in famiglie a bassa intensità di lavoro aumenta, tra il 2023 e il 2024, tra le persone sole con meno di 35 anni (15,9% rispetto al 14,1% del 2023) e, soprattutto, tra i monogenitori, che presentano una percentuale più che doppia rispetto alla media nazionale (19,5% contro il 15,2% del 2023).
A livello territoriale, nel 2024, il Nord-est si conferma la ripartizione con la minore incidenza di rischio di povertà o esclusione sociale (11,2%, era 11,0% nel 2023) e il Mezzogiorno come l’area del paese con la percentuale più alta (39,2%, era 39,0% nel 2023).
Nel 2024 l’incidenza del rischio di povertà o esclusione sociale si conferma essere più bassa per chi vive in coppia senza figli. Rispetto al 2023, l’indicatore aumenta per coloro che vivono in famiglie con cinque componenti e più (33,5% rispetto al 30,7% del 2023) e, soprattutto, per chi vive in coppia con almeno tre figli (34,8% rispetto a 32% del 2023). La crescita si registra anche per i monogenitori (32,1% rispetto a 29,2%), per effetto della più diffusa condizione di bassa intensità di lavoro (legata anche a problemi di conciliazione). Per le coppie con uno o due figli, il rischio di povertà o esclusione sociale rimane contenuto (circa il 19%) e ben al di sotto della media nazionale (23,1%). Inoltre, nel 2024, il rischio di povertà o esclusione aumenta per gli anziani di 65 anni e più che vivono da soli (29,5% dal 27,2% del 2023).
Il rischio di povertà o esclusione sociale raggiunge il 33,1% (era il 31,6% nel 2023) tra coloro che possono contare principalmente sul reddito da pensioni e/o trasferimenti pubblici, diminuisce invece per coloro che vivono in famiglie in cui la fonte principale di reddito è il lavoro dipendente (14,8% dal 15,8% del 2023) e rimane stabile per chi ha come fonte principale un reddito da lavoro autonomo (22,7% e 22,3% nel 2023).
Infine, il rischio di povertà o esclusione sociale si riduce per gli individui in famiglie con almeno un cittadino straniero (37,5%, dal 40,1% dell’anno precedente) e aumenta leggermente per i componenti delle famiglie composte da soli italiani (21,2% rispetto al 20,7% del 2023).
REDDITI DELLE FAMIGLIE
I redditi netti familiari si riducono in termini reali a causa dell’inflazione
Nel 2023, si stima che le famiglie residenti in Italia abbiano percepito un reddito netto pari in media a 37.511 euro, circa 3.125 euro al mese. La crescita dei redditi familiari in termini nominali (+4,2% rispetto al 2022) non ha però tenuto il passo con l’inflazione osservata nel corso del 2023 (+5,9% la variazione media annua dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo, IPCA), determinando un calo dei redditi delle famiglie in termini reali (-1,6%) per il secondo anno consecutivo.
La diminuzione dei redditi in termini reali è particolarmente intensa nel Nord-est (-4,6%) e nel Centro
(-2,7%), a fronte di una lieve riduzione osservata nel Mezzogiorno (-0,6%) e di una debole crescita nel Nord-ovest (+0,6%).
Rispetto al 2007, la contrazione complessiva dei redditi familiari in termini reali è pari, in media, a -8,7% (-13,2% nel Centro, -11,0% nel Mezzogiorno, -7,3% nel Nord-est e -4,4% nel Nord-ovest). Inoltre, la flessione dei redditi è stata particolarmente intensa per le famiglie la cui fonte di reddito principale è il lavoro autonomo (-17,5%) o dipendente (-11,0%), mentre per le famiglie il cui reddito è costituito principalmente da pensioni e trasferimenti pubblici si registra un incremento pari al 5,5%.
Poiché la distribuzione dei redditi è asimmetrica, la maggioranza delle famiglie ha percepito un reddito inferiore all’importo medio. Calcolando il valore mediano, ovvero il livello di reddito che divide il numero di famiglie in due parti uguali, si osserva che il 50% delle famiglie residenti in Italia ha un reddito non superiore a 30.039 euro (2.503 euro al mese), con una crescita del 4% in termini nominali rispetto al 2022 (28.865 euro, 2.405 euro mensili).
Le famiglie del Nord-est dispongono del reddito mediano più elevato (34.772 euro), seguite da quelle del Nord-ovest (il livello mediano è inferiore del 5% a quello del Nord-est), del Centro (-8%) e del Mezzogiorno (-28%). Il reddito mediano varia in misura significativa anche in base alla tipologia familiare: le coppie con figli raggiungono i valori più alti con 46.786 euro (circa 3.900 euro al mese), trattandosi nella maggior parte dei casi di famiglie con due o più percettori, ma le coppie con tre o più figli percepiscono un reddito mediano (44.993 euro) più basso sia di quello osservato per le coppie con due figli (48.084 euro) sia di quello osservato per le coppie con un solo figlio (45.523 euro).
Le famiglie monogenitoriali presentano un reddito mediano di 31.451 euro e gli anziani che vivono soli nel 50% dei casi non superano la soglia di 17.681 euro (1.473 euro mensili). Le coppie senza figli percepiscono un reddito mediano decisamente più basso se la persona di riferimento è anziana (31.975 contro 40.447 euro delle coppie senza figli più giovani). Il livello di reddito mediano delle famiglie con stranieri è inferiore di 5.400 euro a quello delle famiglie composte solo da italiani. Le differenze relative si accentuano passando dal Nord al Mezzogiorno, dove il reddito mediano delle famiglie con almeno uno straniero è pari al 62% di quello delle famiglie di soli italiani.
Si riducono i redditi da lavoro autonomo e i redditi da trasferimenti pubblici
Al fine di confrontare le condizioni economiche delle famiglie proprietarie o meno dell’abitazione in cui vivono (un quinto delle famiglie in Italia vive in una casa in affitto), si considera il reddito inclusivo dell’affitto figurativo delle case di proprietà, in usufrutto o uso gratuito.
Nel 2023, il reddito familiare inclusivo degli affitti figurativi è stimato in media pari a 42.715 euro e la contrazione in termini reali rispetto all’anno precedente è pari a -1,6%. Rispetto all’anno precedente, i redditi familiari da lavoro autonomo hanno subito la maggiore contrazione in termini reali (-4,3%), seguiti dai redditi da trasferimenti pubblici (-3%), a causa della riduzione delle misure di sostegno legate ai costi energetici e alla revisione dei criteri di accesso al reddito di cittadinanza, e dai redditi da lavoro dipendente (-0,6%).
In rapporto ai livelli pre-crisi del 2007, la perdita complessiva è decisamente maggiore per i redditi familiari da lavoro autonomo (-23,8% in termini reali) rispetto ai redditi da lavoro dipendente (-11,4%), mentre i redditi da capitale mostrano una perdita complessiva del 22,6%, in gran parte attribuibile alla dinamica negativa degli affitti figurativi (-27% in termini reali dal 2007). Solo i redditi da pensioni e trasferimenti pubblici sono cresciuti in termini reali nel periodo considerato, risultando più alti del 2,1% rispetto al 2007.
DISUGUAGLIANZA
In aumento la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi
Per misurare la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi è possibile ordinare gli individui dal reddito equivalente più basso a quello più alto, classificandoli in cinque gruppi (quinti). Il primo quinto comprende il 20% degli individui con i redditi equivalenti più bassi, l’ultimo quinto il 20% di individui con i redditi più alti. Il rapporto fra il reddito equivalente totale ricevuto dall’ultimo quinto e quello ricevuto dal primo quinto (rapporto noto come s80/s20) fornisce una misura sintetica della disuguaglianza.
Se si fa riferimento alla distribuzione dei redditi equivalenti netti senza affitti figurativi, nel 2023, l’indicatore s80/s20 è pari a 5,5, in lieve peggioramento rispetto al 2022 (quando era pari a 5,3), ma al di sotto del valore pre-pandemia del 2019 (5,7).
Se si includono gli affitti figurativi, il rapporto nel 2023 si attesta a 4,8 (era 4,7 nel 2022), arrivando a 5 nel Mezzogiorno (era 4,7 nel 2022). Il livello di disuguaglianza è invece inferiore al dato medio nazionale nel Nord-ovest (4,4), seppur in peggioramento rispetto al 2022 (quando era 4,1), e nel Centro (4,5) dove rimane sostanziamente stabile rispetta al 2022 (4,4); nel Nord-est il livello di disuguaglianza resta stabile e più basso della media nazionale (3,7, mentre nel 2022 era 3,8).
Il Nord-ovest presenta il reddito medio familiare inclusivo degli affitti figurativi più alto tra le quattro macro ripartizioni geografiche (47.429 euro contro un valore medio nazionale pari a 42.715 euro) e la crescita maggiore in termini nominali rispetto al 2022 (quando era 44.564 euro). Nel Mezzogiorno il livello di reddito medio familiare inclusivo degli affitti figurativi è il più basso (34.972 euro), nonostante il forte incremento rispetto all’anno precedente (era 33.140 euro nel 2022), seguito dal Centro (44.001 euro da 42.742 euro nel 2022) e dal Nord-est, dove il reddito medio familiare inclusivo degli affitti figurativi è decisamente superiore al valore medio nazionale e in crescita rispetto al 2022 (47.279 euro da 46.933 del 2022).
Una delle misure principalmente utilizzate nel contesto europeo per valutare la disuguaglianza tra i redditi degli individui è l’indice di concentrazione di Gini. Se calcolato sui redditi netti senza componenti figurative e in natura (definizione armonizzata a livello europeo), nel 2023, il valore stimato per l’Italia è pari a 0,323, in peggioramento rispetto all’anno precedente (quando era 0,315).
L’indice di concentrazione di Gini calcolato per Sud e Isole (0,339) è sensibilmente più elevato del dato medio nazionale. Centro (0,314) e soprattutto Nord-ovest (0,303) e Nord-est (0,276) presentano invece un valore marcatamente più basso. Tra il 2022 e il 2023, l’indice di concentrazione di Gini misura un incremento lieve della disuguaglianza fra i redditi nel Nord-ovest (0,303 da 0,295 del 2022) e nel Centro (0,314 da 0,305 del 2022) e un aumento più ampio nel Mezzogiorno (0,339 da 0,321 del 2022). Il
Nord-est è l’unica ripartizione geografica dove si registra invece un lieve miglioramento rispetto al 2022 (l’indice di concentrazione del Gini è pari a 0,276 da 0,282 del 2022).
LAVORO A BASSO REDDITO E POVERTÀ LAVORATIVA
I redditi da lavoro costituiscono la componente più importante dei redditi familiari per la maggior parte delle famiglie, ma non sempre il reddito proveniente dall’attività lavorativa è sufficiente a eliminare il rischio di povertà per il lavoratore e la sua famiglia. Il reddito individuale da lavoro può risultare insufficiente a causa di una bassa retribuzione o di una ridotta intensità lavorativa nel corso dell’anno. Tuttavia il rischio di povertà dipende anche dalla composizione della famiglia e dal numero di percettori al suo interno. Per valutare le condizioni di vulnerabilità associate al lavoro occorre dunque considerare in mondo congiunto tanto le determinanti dei redditi individuali da lavoro quanto le caratteristiche delle famiglie con lavoratori.
I lavoratori a basso reddito sono un quinto del totale
Nel 2023, i lavoratori a basso reddito (che hanno lavorato almeno un mese nell’anno e hanno percepito un reddito netto da lavoro inferiore al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto da lavoro relativa al 2023) sono pari al 21% del totale, un valore pressoché invariato rispetto all’anno precedente. Il rischio di essere un lavoratore a basso reddito è decisamente più alto per le donne rispetto agli uomini (26,6% contro 16,8%), per gli occupati appartenenti alle classi di età più giovani (29,5% per i lavoratori con meno di 35 anni contro un valore minimo pari al 17,7% per quelli nella classe 55-64), per gli stranieri rispetto agli italiani (35,2% contro 19,3%). La condizione di basso reddito è associata anche a bassi livelli di istruzione, passando dal 40,7% per gli occupati con istruzione primaria al 12,3% per quelli con istruzione terziaria. Risulta inoltre a basso reddito il 17,1% dei lavoratori dipendenti, il 28,9% degli autonomi e il 46,6% di chi ha un contratto a termine, rispetto all’11,6% di chi ha un contratto a tempo indeterminato. L’intensità lavorativa è ovviamente un fattore determinante: l’incidenza del lavoro a basso reddito è pari all’88,8% per chi ha lavorato meno di 4 mesi nel corso dell’anno, arriva al 56,3% per chi ha lavorato tra i 4 e i 9 mesi e scende fino al 13,6% per chi ha lavorato più di 9 mesi. Vi sono ampie differenze tra i settori di attività economica: risultano a basso reddito l’11% degli occupati nell’industria, il 21% nel comparto dei servizi di mercato e il 44,5% in quello dei servizi alla persona.
Nel 2023, la quota dei lavoratori a basso reddito risulta più alta di circa quattro punti a quella stimata nell’anno pre-crisi 2007, quando era pari al 16,7%. Il rischio di basso reddito ha avuto una dinamica crescente nel corso della lunga crisi economica, raggiungendo un picco del 23,2% nel 2014: la progressiva riduzione dell’incidenza del lavoro a basso reddito negli anni successivi è stata interrotta dalla crisi pandemica, con l’indicatore che ha raggiunto il 24,6% nel 2020.
Se anziché calcolare l’indicatore di rischio di lavoro a basso reddito con una soglia variabile (basata sulla distribuzione dei redditi da lavoro relativa a ogni anno) si utilizza la soglia relativa al 2007 aggiustata per l’inflazione (soglia ancorata), la dinamica in crescita risulta più accentuata: l’incidenza del lavoro a basso reddito aumenta di circa 10 punti nel periodo della crisi economica, raggiungendo il 26,2% nel 2014, e resta elevata dopo la pandemia a causa della crescita dei prezzi, con l’indicatore che nel 2020 raggiunge il 28,4% e nel 2023 si attesta al 25,2%.
Un occupato su 10 a rischio di povertà lavorativa
Si definisce a rischio di povertà lavorativa un individuo che vive in una famiglia a rischio di povertà e ha lavorato per più della metà dell’anno. Tale indicatore adotta dunque una definizione restrittiva di occupato, dal momento che esclude gli individui con una presenza discontinua sul mercato del lavoro e che presentano un maggior rischio di basso reddito.
Nel 2024, risulta a rischio di povertà lavorativa il 10,3% degli occupati tra i 18 e i 64 anni, in lieve crescita rispetto al 9,9% del 2023. Le donne presentano un rischio di povertà lavorativa inferiore a quello degli uomini (8,3% contro 11,8%) nonostante abbiano una maggiore probabilità di avere un lavoro a basso reddito; in effetti, spesso le donne sono “seconde percettrici” di reddito da lavoro nel nucleo familiare e la bassa retribuzione non si traduce necessariamente in un rischio di povertà familiare.
In generale, infatti, il rischio di povertà lavorativa tra gli occupati a basso reddito da lavoro si attesta al 37,4%, ad indicare che quasi i due terzi dei lavoratori con basso reddito non sono a rischio di povertà lavorativa. Ampio lo svantaggio degli stranieri, che risultano a rischio di povertà lavorativa nel 22,6% dei casi rispetto all’8,9% stimato per gli italiani.
Le caratteristiche familiari sono molto rilevanti nel determinare la condizione di povertà lavorativa: l’indicatore risulta pari al 12,7% per le persone sole, quasi il doppio rispetto al 6,6% delle coppie senza figli. La presenza di figli accentua il rischio, che passa dall’8,1% per le coppie con un figlio al 21,7% per quelle con tre o più figli. Nel caso in cui all’interno del nucleo vi siano più percettori di reddito, l’incidenza della povertà lavorativa risulta notevolmente ridotta: se per i nuclei con un solo percettore l’indicatore è pari al 20,1%, per quelli con tre o più percettori scende fino al 5,5%.
Glossario
Affitto figurativo: è una componente non-monetaria del reddito delle famiglie che vivono in case di loro proprietà, in usufrutto, in uso gratuito o in affitto agevolato (cioè inferiore ai prezzi di mercato); rappresenta il costo (aggiuntivo nel caso degli affitti agevolati) che queste dovrebbero sostenere per prendere in affitto, ai prezzi vigenti sul mercato immobiliare, un’unità abitativa con caratteristiche identiche a quella in cui vivono (al netto delle spese di condominio, riscaldamento, accessorie e con riferimento a una casa non ammobiliata).
Altri redditi: includono i redditi da capitale e qualsiasi altro tipo di reddito non proveniente da un’attività lavorativa, attuale o pregressa, o da trasferimenti pubblici.
Bassa intensità di lavoro – Europa 2030: percentuale di persone che vivono in famiglie per le quali il rapporto fra il numero totale di mesi lavorati dai componenti della famiglia durante l’anno di riferimento dei redditi (quello precedente all’anno di rilevazione) e il numero totale di mesi teoricamente disponibili per attività lavorative è inferiore a 0,20. Ai fini del calcolo di tale rapporto, si considerano i membri della famiglia di età compresa fra i 18 e i 64 anni, escludendo: gli studenti nella fascia di età tra i 18 e i 24 anni, coloro che si definiscono ritirati dal lavoro o che percepiscono un qualunque tipo di pensione (escluse quelle di reversibilità o ai superstiti), gli inattivi nella fascia di età tra i 60 e i 64 anni che vivono in famiglie dove la principale fonte di reddito è da pensione (escluse quelle di reversibilità o ai superstiti). Le famiglie composte soltanto da minori, da studenti di età inferiore a 25 anni e da persone di 65 anni o più non sono incluse nel calcolo dell’indicatore.
Per rispondere alle nuove esigenze della Strategia Europa 2030, a partire dall’indagine 2022 viene diffuso il nuovo indicatore “Bassa intensità di lavoro – Europa 2030” in sostituzione del vecchio indicatore “Bassa intensità di lavoro”. I due indicatori non sono tra loro confrontabili.
Disuguaglianza del reddito netto (s80/s20): rapporto fra il reddito equivalente netto totale ricevuto dal 20% della popolazione con il più alto reddito e quello ricevuto dal 20% della popolazione con il più basso reddito. Il rapporto è calcolato in base al Reddito netto familiare.
Grave deprivazione materiale e sociale – Europa 2030: percentuale di persone che registrano almeno sette segnali di deprivazione materiale e sociale su una lista di tredici (sette relativi alla famiglia e sei relativi all’individuo) indicati di seguito. Segnali familiari: 1) non poter sostenere spese impreviste (l’importo di riferimento per le spese impreviste è pari a circa 1/12 del valore della soglia di povertà annuale calcolata con riferimento a due anni precedenti l’indagine); 2) non potersi permettere una settimana di vacanza all’anno lontano da casa;
3) essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito; 4) non potersi permettere un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni, cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano; 5) non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; 6) non potersi permettere un’automobile; 7) non poter sostituire mobili danneggiati o fuori uso con altri in buono stato. Segnali individuali: 8) non potersi permettere una connessione internet utilizzabile a casa; 9) non poter sostituire gli abiti consumati con capi di abbigliamento nuovi; 10) non potersi permettere due paia di scarpe in buone condizioni per tutti i giorni; 11) non potersi permettere di spendere quasi tutte le settimane una piccola somma di denaro per le proprie esigenze personali; 12) non potersi permettere di svolgere regolarmente attività di svago fuori casa a pagamento; 13) non potersi permettere di incontrare familiari e/o amici per bere o mangiare insieme almeno una volta al mese.
Per rispondere alle nuove esigenze della Strategia Europa 2030, a partire dall’indagine 2022 viene diffuso il nuovo indicatore “Grave deprivazione materiale e sociale – Europa 2030” in sostituzione del vecchio indicatore “Grave deprivazione materiale”. I due indicatori non sono tra loro confrontabili.
Indice di concentrazione di Gini: misura il grado di diseguaglianza della distribuzione del reddito (un valore pari a 0 indica che tutte le unità ricevono lo stesso reddito, un valore pari a 1 indica che il reddito totale è percepito da una sola unità). In questa pubblicazione l’indice di Gini è calcolato su base individuale, attribuendo ad ogni individuo il reddito netto equivalente della famiglia di appartenenza. L’indice è calcolato in base al Reddito netto familiare senza componenti figurative e in natura.
Pensioni e Trasferimenti pubblici: le “pensioni” comprendono prestazioni sociali in denaro di tipo periodico o continuativo. Ne fanno parte le pensioni (da lavoro) erogate al lavoratore al raggiungimento di una determinata età, alla maturazione di un certo numero di anni di contributi previdenziali, o in possesso dei requisiti di legge (vecchiaia, anzianità, anticipate); le rendite per infortunio sul lavoro o malattie professionali; gli assegni di invalidità ai lavoratori per ridotte capacità di lavoro; le pensioni cosiddette “indirette”, ovvero quelle erogate ad altro familiare nel caso di decesso del titolare dell’assegno pensionistico (pensioni di reversibilità); le pensioni di inabilità o invalidità civile; le indennità di accompagnamento; le pensioni o assegni sociali; le pensioni di guerra. I “trasferimenti pubblici” comprendono le indennità di disoccupazione (Aspi, Naspi, disoccupazione agricola ecc.) o di mobilità, il trattamento di cassa integrazione guadagni, liquidazioni per interruzione del rapporto di lavoro, le borse lavoro e i compensi per l’inserimento professionale e per i lavori socialmente utili, le borse di studio, gli assegni al nucleo familiare, l’assegno al nucleo con almeno tre figli minori, il reddito minimo di inserimento o altri aiuti in denaro per le famiglie in difficoltà, la Carta acquisti (Social card).
Redditi da capitale: includono i proventi da attività finanziarie (conti correnti, libretti di risparmio, certificati di deposito, buoni fruttiferi, titolo di stato, obbligazioni, fondi comuni di investimento, gestioni patrimoniali o forme di risparmio gestite, azioni o partecipazioni in società, esclusi i capital gain), le rendite da attività reali (soldi ricevuti per l’affitto di case, terreni, subaffitto dell’abitazione principale, affitti figurativi), le pensioni volontarie integrative private.
Redditi da lavoro autonomo: includono i compensi derivanti dallo svolgimento di un’attività lavorativa indipendente (quali compensi per l’esercizio di professioni indipendenti, onorari, provvigioni e qualsiasi altro reddito da un’attività agricola, commerciale, artigianale, ecc. svolta non alle dipendenze), i redditi provenienti da collaborazioni coordinate e continuative (co.co.co) o a progetto (co.co.pro), i redditi derivanti dallo sfruttamento dei diritti di autore e i voucher per le prestazioni di lavoro occasionale (se non diversamente specificato).
Redditi da lavoro dipendente: includono le retribuzioni frutto di un’attività lavorativa prestata alle dipendenze. Nella definizione italiana comprende oltre al valore figurativo dell’auto aziendale concessa per uso privato (unica componente aggiuntiva ammessa nella definizione europea), anche i buoni-pasto e gli altri fringe-benefits non monetari.
Reddito mediano familiare: è il valore di reddito che divide la distribuzione di frequenza in due parti uguali (il 50% delle famiglie presenta un reddito inferiore o pari alla mediana, il 50% un valore superiore). Poiché il reddito ha una distribuzione asimmetrica e maggiormente concentrata sui valori più bassi della scala, la mediana risulta sempre inferiore al valore medio.
Reddito netto familiare: include i redditi da lavoro dipendente compresi i fringe benefits (buoni pasto, auto aziendale, rimborsi spese sanitarie, scolastiche o asili nido, vacanze premio, beni prodotti dall’azienda, eccetera) e i redditi da lavoro autonomo, quelli da capitale reale e finanziario, le pensioni e altri trasferimenti pubblici e privati, il valore monetario di eventuali beni prodotti in famiglia per l’autoconsumo, al netto delle imposte personali sul reddito, delle tasse e tributi sull’abitazione e dei contributi sociali a carico dei lavoratori dipendenti e autonomi. Da tale importo vengono sottratti i trasferimenti versati ad altre famiglie (per esempio, gli assegni di mantenimento per un ex-coniuge). Il reddito netto familiare considerato in questa pubblicazione non è comparabile con il reddito disponibile aggregato del settore Famiglie, riportato nei Conti Nazionali (ottenuto sommando ai redditi primari le operazioni di redistribuzione secondaria del reddito e includendo anche una stima dell’economia “sommersa”).
Reddito netto familiare senza componenti figurative e in natura: corrisponde alla nozione di reddito utilizzata in modo armonizzato a livello europeo. Rispetto al reddito netto familiare, non comprende componenti figurative quali gli affitti figurativi e componenti in natura quali il valore monetario di eventuali beni prodotti in famiglia per l’autoconsumo e i fringe benefits (buoni pasto, rimborsi spese sanitarie, scolastiche o asili nido, vacanze premio, beni prodotti dall’azienda, eccetera) ad eccezione dell’auto aziendale concessa per uso privato, inclusa in tale nozione di reddito. In questa pubblicazione tale definizione è utilizzata per il calcolo del rischio di povertà e dell’indice di concentrazione di Gini.
Reddito equivalente: è calcolato dividendo il valore del reddito netto familiare per un opportuno coefficiente di correzione (scala di equivalenza), che permette di tener conto dell’effetto delle economie di scala e di rendere direttamente confrontabili i livelli di reddito di famiglie diversamente composte. La scala di equivalenza (definita “OCSE modificata” e utilizzata anche a livello europeo) è pari alla somma di più coefficienti individuali (1 per il primo adulto, 0,5 per ogni altro adulto e 0,3 per ogni minore di 14 anni). Tutti i membri della stessa famiglia possiedono lo stesso reddito (individuale) equivalente netto.
Reddito a prezzi costanti: è calcolato deflazionando il reddito monetario con il valore medio annuo dell’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i paesi dell’Unione europea (IPCA). Tale indice è preferibile rispetto all’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), poiché si riferisce alla spesa monetaria per consumi finali sostenuta esclusivamente dalle famiglie e assicura una misura dell’inflazione comparabile a livello europeo.
Rischio di lavoro a basso reddito: percentuale di individui che hanno lavorato, come dipendenti o come autonomi, almeno un mese nell’anno di riferimento e che hanno un reddito netto da lavoro inferiore a una soglia fissata al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto da lavoro. Nel 2024 la soglia di basso reddito (calcolata sui redditi da lavoro 2023) è pari a 12.188 euro annui (1.015 euro al mese).
Rischio di povertà: percentuale di persone che vivono in famiglie con un reddito netto equivalente inferiore a una soglia di rischio di povertà, fissata al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito netto equivalente. Il reddito netto considerato per questo indicatore rispetta la definizione europea e non include componenti figurative e in natura, quali l’affitto figurativo, i buoni-pasto, gli altri fringe benefits non-monetari (ad eccezione dell’auto aziendale) e gli autoconsumi. L’anno di riferimento del reddito è l’anno solare precedente quello di indagine. Nel 2024 la soglia di povertà (calcolata sui redditi 2023) è pari a 12.363 euro annui (1.030 euro al mese) per una famiglia di un componente adulto. Per determinare le soglie di povertà di famiglie di ampiezza e composizione diversa si utilizza la scala OECD modificata.
Rischio di povertà o di esclusione sociale – Europa 2030: percentuale di persone che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni:
1) vivono in famiglie a rischio di povertà;
2) vivono in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale (indicatore Europa 2030);
3) vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (indicatore Europa 2030).
Per rispondere alle nuove esigenze della Strategia Europa 2030, a partire dall’indagine 2022 viene diffuso il nuovo indicatore “Rischio di povertà o di esclusione sociale – Europa 2030” in sostituzione del vecchio indicatore “Rischio di povertà o di esclusione sociale”. I due indicatori non sono tra loro confrontabili.
Rischio di povertà lavorativa: Percentuale di individui che hanno lavorato per più della metà dell’anno di riferimento del reddito e che vivono in famiglie a rischio di povertà.
Strategia Europa 2030: è l’insieme delle misure politiche dell’Unione europea per il raggiungimento dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile inclusi nell’Agenda 2030, approvata dalle Nazioni Unite nel settembre 2015, e definiti come segue: 1. Sconfiggere la povertà; 2. Sconfiggere la fame; 3. Salute e benessere; 4. Istruzione di qualità; 5. Parità di genere; 6. Acqua pulita e servizi igienico sanitari; 7. Energia pulita e accessibile; 8. Lavoro dignitoso e crescita economica; 9. Imprese, innovazione e infrastrutture; 10. Ridurre le disuguaglianze; 11. Città e comunità sostenibili; 12. Consumo e produzione responsabili; 13. Lotta contro il cambiamento climatico; 14. Vita sott’acqua; 15 Vita sulla terra; 16. Pace, giustizia e istituzioni solide; 17. Partnership per gli obiettivi.
Nota metodologica
Obiettivi conoscitivi e quadro di riferimento
Il progetto Eu-Silc (European Union Statistics on Income and Living Conditions), Regolamento del Parlamento europeo n. 1177/2003 e dal 2021 (EU) 2019/1700), costituisce una delle principali fonti di dati per i rapporti periodici dell’Unione europea sulla situazione sociale e sulla diffusione del disagio economico nei Paesi membri. Gli indicatori previsti dal Regolamento sono incentrati sul reddito e sull’esclusione sociale, in un approccio multidimensionale al problema e con una particolare attenzione agli aspetti di deprivazione materiale. L’Italia partecipa al progetto con l’indagine su “Reddito e condizioni di vita delle famiglie”, svolta a cadenza annuale a partire dal 2004.
Popolazione di riferimento e unità di rilevazione
La popolazione di riferimento è costituita da tutte le famiglie residenti in Italia al momento dell’intervista e dai relativi componenti. Sono escluse le persone che vivono in istituzioni.
Per famiglia si intende un insieme di persone che dimorano abitualmente nella stessa abitazione e legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti che condividono il reddito e/o le spese e aventi dimora abituale nello stesso comune. Tutti i componenti della famiglia sono rilevati ma solo le persone di 16 anni o più sono intervistate.
Processo e metodologie
L’indagine è realizzata mediante interviste sulla situazione familiare e interviste individuali, Dal 2011 la realizzazione delle interviste a domicilio avviene con la tecnica CAPI (Computer Assisted Personal Interview), in collaborazione con una società incaricata. Inoltre, dal 2015 è stata introdotta, per una parte delle interviste, la tecnica CATI (Computer-Assisted Telephone Interviewing).
L’indagine è campionaria e il disegno di campionamento segue uno schema a due stadi (comuni-famiglie) con stratificazione dei comuni in base alla dimensione demografica. Il disegno è di tipo panel ruotato: dall’edizione 2021 il campione relativo a ogni occasione d’indagine è costituito da sei gruppi di rotazione, ciascuno dei quali rimane nel campione per sei anni consecutivi. Ogni anno un sesto del campione trasversale è rappresentato da famiglie e individui casualmente estratti dalle liste anagrafiche dei comuni selezionati per l’indagine; i restanti cinque sesti si riferiscono alle famiglie e agli individui estratti negli anni precedenti che vengono reintervistati. Il campione totale è statisticamente rappresentativo della popolazione residente in Italia ed è composto, nel 2024, da 31.790 famiglie (per un totale di 62.954 individui), distribuite in circa 850 comuni italiani di diversa ampiezza demografica; la rilevazione è stata condotta da gennaio a maggio 2024.
Le informazioni sono raccolte mediante un questionario elettronico strutturato in tre parti:
- a) la scheda generale, in cui vengono inserite le informazioni demografiche di base di tutti i componenti della famiglia (sesso, data e luogo di nascita, cittadinanza, ecc.) e alcune informazioni sui minori di 16 anni di età (frequenza scolastica e affidamento a servizi di cura formali o informali);
- b) il questionario familiare, in cui vengono raccolte informazioni su condizioni abitative, spese per l’abitazione, situazione economica, deprivazione materiale, rete di aiuto informale e su alcune tipologie di reddito ricevute a livello familiare,
- c) il questionario individuale, per ciascun componente di almeno 16 anni di età, in cui vengono registrate informazioni sul livello di istruzione e formazione, sulle condizioni di salute, sulla condizione professionale (attuale o trascorsa) e sui redditi percepiti nell’anno solare precedente l’intervista (da lavoro dipendente, autonomo, da collaborazione e prestazione occasionale, da trasferimenti pensionistici e non pensionistici, da capitale reale o finanziario, da trasferimenti privati).
I dati di reddito rilevati tramite intervista vengono successivamente integrati con i dati provenienti da archivi amministrativi per la determinazione finale del reddito disponibile degli individui e delle famiglie. L’utilizzo integrato dei dati di fonte amministrativa e di un modello di microsimulazione (SM2) permette, inoltre, di determinare le tasse e i contributi sociali pagati dagli individui che, sommati ai redditi disponibili, costituiscono i redditi lordi.
Alla base delle stime prodotte sulle misure di sostegno economico alle famiglie vi sono principalmente le informazioni di natura amministrava ricavate dagli archivi Inps e dalle fonti fiscali. Occorre sottolineare che le stime relative alle integrazioni salariali includono sia le prestazioni erogate direttamente dall’Inps (CIGO, CIGS, CIGD, CISOA, assegni di solidarietà ad esclusione di quelli gestiti dallo Stato), sia i trattamenti anticipati dai datori di lavoro e posti a conguaglio con i contributi da versare allo stesso Ente. I valori delle prestazioni sono calcolate al netto del prelievo fiscale, e nel caso delle integrazioni salariali anche al netto dei contributi sociali figurativi e della quota del 5,84%. Pertanto le stime possono differire rispetto ai dati dell’INPS o di altri Istituti e rispetto ad altre indagini e pubblicazioni, per la natura campionaria dell’indagine, per il fatto che l’indagine europea adotta il criterio di cassa in luogo della competenza economica e infine perché espressi al netto dell’imposizione fiscale.





