Leggi i concetti espressi nel discorso di insediamento del Presidente De Bettin

Linee di indirizzo mandato 2026 - 2031


Economia - pubblicata il 17 Agosto 2026


A cura del’ing Francesco De Bettin Presidente della Camera di Commercio di Treviso - Belluno|Dolomiti

Tutti noi ti dobbiamo qualcosa

Grazie poi a chi mi ha voluto designare nel difficile incarico di presidente della Camera di Commercio di un territorio come il nostro che coincide con il nord della Regione del Veneto.

Una istituzione pubblica chiamata a sfide epocali, la prima delle quali sarà di mostrare come due luoghi così diversi per storia e distretti industriali e imprenditoriali, sapranno coniugare le proprie eccellenze senza perdere la vocazione alla “maestria” che da sempre contraddistingue e differenzia Treviso e Belluno-Dolomiti.

Prima di entrare nel merito delle riflessioni che desidero condividere con voi, sento però il dovere di una breve precisazione.

Quello che seguirà non sarà un programma di governo della Camera di Commercio!

Quello dovrà nascere, come è giusto che sia, dal confronto con il Consiglio, con la Giunta, con ilSegretario Generale, con la struttura e con tutte le componenti economiche e sociali che questa istituzione rappresenta.

Linee di principio

Oggi, qui, desidero piuttosto proporre una lettura del contesto e alcune linee di principio sulle quali, insieme, potremo costruire una governance capace di interpretare il cambiamento senza subirlo.

Una governance che sappia essere, con umiltà ma anche con coraggio, “operaia del futuro”, preservando e rafforzando, nello stesso tempo, la qualità dei servizi istituzionali che la Camera già offre alle imprese.

Un obiettivo che potremo raggiungere soltanto valorizzando il patrimonio più importante di questa istituzione: le donne e gli uomini che vi lavorano oggi e quelli che contribuiranno domani a farla crescere.

Di sicuro dovrò imparare da tutti qualcosa, perché il percorso che mi ha portato fin qui è quello di un ingegnere nato fra le montagne e orgoglioso delle proprie origini.

Un ingegnere che dal giorno della sua laurea a oggi è sempre stato ingaggiato nel mondo dell’impresa privata che ha, voi lo sapete bene, una sola vocazione, anzi un solo imperativo: far crescere la propria intrapresa in un sistema culturale, legislativo, politico e istituzionale che sembra fatto apposta per impedire che l’azienda prosperi e che la ricchezza generata si riverberi su ogni strato sociale, rendendo l’insieme più armonioso.

Lo diceva un grande che non smetteremo mai di rimpiangere:

” Migliaia di individui producono e risparmiano nonostante quello che lo Stato inventa per molestarli, incepparli e scoraggiarli”.

Questi ammonimenti sono tratti dal pensiero acuto e lungimirante di Luigi Einaudi per il quale le tasse eccessive, la burocrazia soffocante e le regole imposte dall’alto fossero dei pesi (degli “intralci” li definiva) che lo Stato metteva sulle spalle di chi vuole fare impresa.

Dagli anni Quaranta a oggi, come vedete, pochissimo in Italia e anche sui nostri territori siamo riusciti a cambiare.

Eppure, vogliamo continuare a provarci

Anche perché qui siamo nel cuore del territorio che, un’era geologica fa, attraverso un referendum ha chiesto più autonomia.

Ma, nonostante la buona volontà e la fatica di chi ci ha provato, davvero poco abbiamo visto realizzato di quella spinta propulsiva, se dobbiamo leggere proprio in questi giorni quanto scrive il grande costituzionalista, padre se così possiamo dire, dell’autonomismo, Mario Bertolissi:

“Troppo il tempo trascorso senza aver ottenuto nulla. Gli squilibri fra le varie regioni non sono stati eliminati e cosa grave è che imperversi una concezione panteistica dello Stato cui non è possibile rimediare coi pannicelli caldi, col tirare a campare”.

Principio di sussidiarietà

Non tocca certo a me tirare le somme della vicenda, ma di sicuro penso che sia necessario lasciare alla politica il tentativo di sbrogliare la matassa che la politica ha ingarbugliato, e provare ad andare avanti pretendendo l’applicazione di quel principio di sussidiarietà che in tutt’Europa fatica a concretizzarsi.

Lo dice bene la filosofa francese Chantal Delsol negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. E prima di lei, ricordo l’altro grande teorico della sussidiarietà, quel prete siciliano che di nome faceva Luigi Sturzo, al cui pensiero mi sono ispirato fin da giovane studente approfondendo l’Enciclica Quadragesimo Anno promulgata da Pio XI nel 1931.

Il 18 gennaio 1919 con l’appello ai “liberi e forti”, Don Luigi denuncia come soffocante e illiberale l’idea dello Stato che si occupi di te dalla culla alla tomba.

Lo Stato deve riconoscere i limiti della sua presenza e valorizzare i nuclei e gli organismi naturali, innanzitutto la famiglia e l’impresa.

Perché, come scrive Delsol, la sussidiarietà è il principio che pone la persona al centro e, appunto, limita i poteri dello Stato.

Fare le cose semplici è ciò che contraddistingue la sussidiarietà: le decisioni e gli aiuti devono essere presi dal livello più vicino possibile ai cittadini e lo Stato interviene solo quando le persone o le comunità più piccole non riescono a farcela da sole.

Solo così non verremo trasformati da cittadini a sudditi.

Lo “Stato sussidiario” agisce come garante e mai come attore principale.

Dove le reti locali non sono sufficienti, allora e solo allora entra in gioco l’istituzione pubblica, sostenendo le iniziative private senza sostituirsi ad esse.

Insomma, dobbiamo incominciare a tifare per soluzioni semplici che ci aiutino sul serio, come proporrò di fare durante il nostro mandato di gestione della Camera di Commercio che governa il Nord del Veneto.

Certo, applicare la sussidiarietà richiede il coraggio di rinunciare “all’egualitarismo”, dove tutti ricevono esattamente le stesse cose dallo Stato e questo metodo promuove la dignità e il valore delle differenze di ogni persona.

Lo so, lo Stato panteista – il mostro che assorbe in sé tutto il resto della realtà sociale – per mutuare le parole del professor Bertolissi, pensa e soprattutto agisce diversamente, ma noi che viviamo ogni giorno la ricchezza culturale che proviene dalle nostre aziende, sappiamo che a salvarci sarà la costante applicazione della sussidiarietà, principio concreto e costituzionale.

Addentriamoci, a proposito di futuro, nel presente del nostro sistema, che pure facciamo fatica a scorgere

Operai del nostro futuro

Vedete, io sono convinto che siamo nel mezzo di una transizione epocale e che essere gli “operai del nostro futuro” significa avere in mente responsabilità molto concrete.

La prima di queste è sapere che il passato è davvero passato.

Il modello che ci ha fatto prosperare, al netto di alcune storture che erano tali anche nel passato – l’evasione fiscale, il lavoro nero, la speculazione contro la moneta nazionale – non esiste più e il resto del mondo e dell’Europa ogni giorno ce lo ricorda.

Vi faccio un esempio che a me pare lampante.

Come vi dicevo vengo dalla montagna e da una famiglia patriarcale che di più non si sarebbe potuto.

Anzi, matriarcale, perché fu soprattutto nostra madre a forgiare le volontà di noi quattro fratelli a vivere e a capire il mondo da soli e insieme.

Non posso che essere orgoglioso del mio essere uomo della provincia, cioè uomo di valori e di costumi essenziali, ma questo è ben diverso dal provincialismo che sta bruciando i nostri distretti produttivi, afflitti ancora dalla malattia del campanile per cui ciascuno deve possedere, in piccolo, le stesse strutture e le stesse modeste architetture di business.

Il mondo è già cambiato e noi dobbiamo trasformare innanzitutto i nostri schemi mentali e culturali.

Lo dice bene il nostro studioso, brillante e dal pensiero acuminato, Giulio Buciuni quando descrive la nostra periferia che sta perdendo competitività, avvoltolata com’è dalla consuetudine e soprattutto dall’avverarsi, altrove, di un sistema che concentra in pochi hub mondiali metropoli in cui, attorno a grandi imprese, università e centri di ricerca, si concentrano competenze e capitali.

Si chiama, appunto, “sistema” ed è il perimetro che definisce quella realtà complessa che nasce e prospera quando si smette di pensare al proprio particolare per mettere la propria capacità specifica al servizio di un organismo più grande all’interno del quale ci si trasforma costantemente in vista di una migliore capacità competitiva.

Il Veneto ha perso, in pochi anni, i propri centri finanziari assieme a tanti nostri denari, ma non siamo stati ancora capaci di analizzare i perché e i percome.

Stiamo perdendo i nostri giovani attratti da luoghi che hanno saputo investire di più e meglio di noi e non abbiamo ancora promosso poderosi interventi per trattenerli.

I nostri centri decisionali non hanno trattato nel corso degli anni materie che oggi si stanno rivoltando contro le nostre inerzie.

Penso, per esempio, a tracciati ferroviari mai pienamente analizzati e discussi prima, con decisioni che sarebbero state dolorose per qualcuno ma per tutti necessarie

Il non deciso di ieri, oggi diventa un enorme semaforo rosso che ferma o rallenta opere essenziali.

Potrei andare avanti, ma meglio di me parlano i rapporti pubblicati dalla Banca d’Italia sulle economie del Veneto e dell’Emilia-Romagna.

Cari colleghi, il confronto che emerge è severo, impietoso e crudele. Ma, per noi veneti, non certo definitivo.

Nel 2025 l’Emilia-Romagna ha registrato una crescita dello 0,5 per cento, in linea con la media italiana e con quella del Nord Est, mentre il Veneto si è sostanzialmente fermato, con un incremento dello 0,1 per cento.

Mercato del lavoro

Anche il mercato del lavoro emiliano-romagnolo è stato molto più dinamico: l’occupazione è cresciuta del 2 per cento, mentre in Veneto è diminuita dell’1,3 per cento e il saldo fra assunzioni e cessazioni, pur rimanendo positivo, si è quasi dimezzato rispetto al 2024.

In Emilia-Romagna è migliorata anche la qualità del credito e, sul finire dell’anno, i finanziamenti alle imprese hanno smesso di ridursi.

Mi pare inutile andare avanti, anche perché gli investimenti che hanno contribuito a costruire la Motor Valley mostrano la capacità di quei territori di fare “sistema”.

Oggi la Motorvehicle University of Emilia-Romagna (MUNER) riunisce quattro importanti atenei – Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia, Parma – e 18 grandi aziende della Motor Valley, proponendo percorsi magistrali internazionali come l’Advanced Automotive Engineering.

E dopo il Data Center di Ponte San Pietro in provincia di Bergamo, quello di Aruba, andiamo tutti ad ammirare il Tecnopolo di Bologna: oltre 120mila metri quadrati nel cuore della Data Valley regionale, dove è ospitato Leonardo, oggi dodicesimo nella classifica Top500 dei supercomputer più potenti del mondo.

Sono contrario

Sono contrario (e la mia biografia lo dimostra) a ciò che il polemista e pensatore australiano Robert Hughes ha definito la “cultura del piagnisteo” che è, per lui, il cadavere del liberalismo.

Sono e resto un fautore del liberalismo e della democrazia, ma intendiamoci, proprio perché liberista e imprenditore credo sia l’ora di dirci, con vigore e senza far polemiche inutili, che il passato è, appunto, passato.

Ciò vale per tutti i nostri comparti, dall’agricoltura al commercio, dall’industria all’artigianato, dal turismo alla rigenerazione urbana.

Se vogliamo rimanere la spina dorsale di una società che non respinga il futuro, dobbiamo farci operai di questo futuro che pretende che noi si cambi e in fretta.

Pensare, per esempio, di fermare il commercio digitale è una battaglia che al massimo rallenterà l’inevitabile.

Comprendere, ancora per esempio, come alleare il “commercio ed il turismo” con “l’agricoltura” per avere prodotti di straordinaria eccellenza, significa pensare al nostro territorio come a un distretto olistico, cioè onnicomprensivo e integrato in cui il consumatore sia al centro della nostra azione commerciale.

Non ripetiamo gli stessi errori fatti nel passato

Mi chiedo

Mi chiedo quante imprese del nostro straordinario artigianato possano mettersi in rete per costruire una filiera di qualità, più efficiente e competitiva.

Una filiera capace di rispondere all’avanzata dei prodotti provenienti dall’area del Pacifico con ciò che essi non possono replicare: la conoscenza della materia, la maestria e l’identità profonda del nostro lavoro.

Credo che essenziale sia aprire poi il tema delle infrastrutture, a partire da quelle che ci sono, ma che oggi sono obsolete, non nel confronto con quelle europee, ma rispetto a quanto si è fatto nelle regioni e nei territori limitrofi.

Non sto parlando solo di ferrovie, perché sulle infrastrutture legate al trasporto, ogni giorno leggiamo sui giornali e rimaniamo stupiti della nostra stessa frustrazione.

Vi segnalo piuttosto il 43 per cento di dispersione dell’acqua immessa nella rete idrica prima che possa raggiungere i rubinetti delle nostre industrie, delle nostre aziende, delle nostre case.

Ricordo quell’inutile referendum tanto dannoso che ha consegnato questa dispersione idrica all’inerzia della politica che cercava consensi.

A proposito di frustrazione, voglio ricordare che tra Belluno e Treviso siamo grandi produttori di energia rinnovabile da fonte idroelettrica, per poi pagare l’energia qui allo stesso prezzo che pagano tutti quelli a cui la nostra energia viene fornita, in pratica regalando, in termini di ordini di grandezza del margine, le nostre risorse primarie.

Mi chiedo ancora: “Quanti impianti dovremmo costruire per riutilizzare i rifiuti che produciamo e che in Europa sono ricchezza e qui polemica di comitati e di cattiva politica?”

Ma, lo ripeto, non siamo figli del piagnisteo e della polemica. Descrivo semplicemente gli elementi del vecchio che deve passare per fare posto al nuovo, che in una sola espressione significa che dobbiamo cambiare il punto di vista e saldare una vera, profonda, e convinta alleanza tra tutte le parti in causa, perché, per esempio, se parliamo di turismo, ormai dobbiamo mettere in campo oltre all’agricoltura, i biodistretti, l’urbanistica, la rigenerazione urbana e la comunicazione.

Tutto ciò vale anche per la nostra esigenza più marcata e più preziosa, la ricerca di energia a costi competitivi, esigenza che riguarda tutti, dal singolo cittadino alle prese con il proprio telefonino e la propria auto ibrida, alle imprese agricole e artigianali fino all’industria.

Tutti dobbiamo pretendere che si abbandonino, finalmente, le ideologie

Tutti dobbiamo pretendere che si abbandonino, finalmente, le ideologie che hanno provocato danni e cadaveri eccellenti, innanzitutto, ancora per esempio, quello dell’automotive – che in tutta Europa è stato fatto a pezzi – e si vada risolutamente verso quell’approccio pragmatico, sistemico e unitario della “neutralità tecnologica” che solo ci salverà.

Perché, vedete, l’importante è arrivarci vivi alla fine della cosiddetta transizione energetica. Arrivarci senza un sistema produttivo ed un sistema sociale in equilibrio sarebbe inutile.

Lo dico da esperto del settore.

Abbiamo bisogno del nucleare, ormai pare a tutti, insomma a quasi tutti i senzienti, cosa ovvia.

Ma mentre attendiamo i 15/20 anni che serviranno per realizzarlo, abbiamo bisogno di tutto il resto, l’eolico, l’energia solare (magari con meno agri-solare e più utilizzo di aree meno sensibili), del mini-idroelettrico connesso in reti di Area Vasta, e quel geotermico a bassa e medio-alta entalpia che sarebbe poi immediato e, credetemi, più facile di quel che sembra.

Ma dobbiamo capire, tutti assieme, che il nostro sistema è fragile e che se una sola nicchia salta, saltano anche le altre e tutti vivremo peggio.

E in Veneto, anzi in particolare da questa parte Nord del Veneto di nicchie viviamo.

Riforma organica della governance territoriale

Anche alle imprese occorre una riforma organica della governance territoriale, capace di rimettere ordine fra competenze, funzioni e responsabilità in una logica di Area Vasta.

Questo significa superare le sovrapposizioni e le ridondanze degli enti intermedi e nello stesso tempo promuovere forme stabili di collaborazione e aggregazione o fusione tra i piccoli Comuni, affinché possano condividere competenze, personale e servizi e avere il capitale umano necessario per esprimere una amministrazione che possa pesare nell’ambito del “sistema amministrativo”.

Mi avvio alla conclusione con una preghiera, l’unica che farò, alla Politica ed ai politici.

Abbiamo bisogno di voi, abbiamo bisogno di Politici preparati e che leggano le carte e di istituzioni consapevoli che il nostro destino passa per le loro scelte.

Vi chiediamo, con umiltà, ma con decisione, di ascoltarci.

Non per fare come comandava il re Franceschiello ai propri marinai “l’ammuina”, la finta, il “chi sta sopra vada sotto e chi sta a destra vada a sinistra”, ma per farvi dire dalla nostra trincea – quella che noi quotidianamente affrontiamo – quali sono le condizioni reali del campo di battaglia.

Questo territorio sta dicendo, forse per istinto di sopravvivenza che il nuovo deve essere interpretato da forze giovani.

Il Presidente della Regione e un paio di Sindaci di capoluogo recentemente eletti sono giovani, come pure giovane è il nuovo rettore di una importante università.

E mi pare che siano anche giovani di testa e di cuore.

A voi, in particolare, chiedo un soprassalto.

Dateci la possibilità di essere sul serio al vostro fianco.

Qualche giorno fa avete dichiarato di essere legati da un patto generazionale superiore a quello ideologico.

È un buon primo passo

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