Vedete, io sono convinto che siamo nel mezzo di una transizione epocale e che essere gli “operai del nostro futuro” significa avere in mente responsabilità molto concrete.
La prima di queste è sapere che il passato è davvero passato.
Il modello che ci ha fatto prosperare, al netto di alcune storture che erano tali anche nel passato – l’evasione fiscale, il lavoro nero, la speculazione contro la moneta nazionale – non esiste più e il resto del mondo e dell’Europa ogni giorno ce lo ricorda.
Vi faccio un esempio che a me pare lampante.
Come vi dicevo vengo dalla montagna e da una famiglia patriarcale che di più non si sarebbe potuto.
Anzi, matriarcale, perché fu soprattutto nostra madre a forgiare le volontà di noi quattro fratelli a vivere e a capire il mondo da soli e insieme.
Non posso che essere orgoglioso del mio essere uomo della provincia, cioè uomo di valori e di costumi essenziali, ma questo è ben diverso dal provincialismo che sta bruciando i nostri distretti produttivi, afflitti ancora dalla malattia del campanile per cui ciascuno deve possedere, in piccolo, le stesse strutture e le stesse modeste architetture di business.
Il mondo è già cambiato e noi dobbiamo trasformare innanzitutto i nostri schemi mentali e culturali.
Lo dice bene il nostro studioso, brillante e dal pensiero acuminato, Giulio Buciuni quando descrive la nostra periferia che sta perdendo competitività, avvoltolata com’è dalla consuetudine e soprattutto dall’avverarsi, altrove, di un sistema che concentra in pochi hub mondiali metropoli in cui, attorno a grandi imprese, università e centri di ricerca, si concentrano competenze e capitali.
Si chiama, appunto, “sistema” ed è il perimetro che definisce quella realtà complessa che nasce e prospera quando si smette di pensare al proprio particolare per mettere la propria capacità specifica al servizio di un organismo più grande all’interno del quale ci si trasforma costantemente in vista di una migliore capacità competitiva.
Il Veneto ha perso, in pochi anni, i propri centri finanziari assieme a tanti nostri denari, ma non siamo stati ancora capaci di analizzare i perché e i percome.
Stiamo perdendo i nostri giovani attratti da luoghi che hanno saputo investire di più e meglio di noi e non abbiamo ancora promosso poderosi interventi per trattenerli.
I nostri centri decisionali non hanno trattato nel corso degli anni materie che oggi si stanno rivoltando contro le nostre inerzie.
Penso, per esempio, a tracciati ferroviari mai pienamente analizzati e discussi prima, con decisioni che sarebbero state dolorose per qualcuno ma per tutti necessarie
Il non deciso di ieri, oggi diventa un enorme semaforo rosso che ferma o rallenta opere essenziali.
Potrei andare avanti, ma meglio di me parlano i rapporti pubblicati dalla Banca d’Italia sulle economie del Veneto e dell’Emilia-Romagna.
Cari colleghi, il confronto che emerge è severo, impietoso e crudele. Ma, per noi veneti, non certo definitivo.
Nel 2025 l’Emilia-Romagna ha registrato una crescita dello 0,5 per cento, in linea con la media italiana e con quella del Nord Est, mentre il Veneto si è sostanzialmente fermato, con un incremento dello 0,1 per cento.