Dazi e resilienza delle imprese

I dazi statunitensi ci provocano certamente difficoltà, cui dobbiamo opporre una determinata resilienza fino al punto di creare nuove opportunità di vantaggio competitivo.


Economia - pubblicata il 20 Novembre 2025


A cura del dott. Renato Chahinian

chahinian

Oltre alle specifiche difficoltà che assillano ogni impresa per l’ordinaria attività, da qualche tempo e con frequenza sempre maggiore, si presentano, spesso anche inaspettatamente, crisi generalizzate od ostacoli di notevole entità, che mettono a rischio la stessa sopravvivenza aziendale senza alcuna diretta responsabilità da parte degli operatori locali, ma per cause esterne verificatesi anche molto lontano.

Si tratta per lo più di guerre, crisi finanziarie, catastrofi naturali, immigrazioni di massa dovute a tensioni economiche e sociali e così via: tutti fenomeni che vengono ad influire negativamente sulla nostra attività quotidiana. L’ultima disavventura è poi quella relativa ai dazi, che negli ultimi decenni erano considerati da tutti una misura anacronistica, la quale nel breve e nel lungo termine danneggia proprio lo sviluppo globale cui tutti dovrebbero tendere.

Purtroppo, se ora il Paese più potente del mondo vuole praticarli, non possiamo opporci, ma dobbiamo cercare di limitarne i danni ed individuare qualche opportunità anche in questo ambito con un atteggiamento di resilienza, tenendo presente che un inasprimento dei dazi anche da parte nostra, con gli Stati Uniti o con qualsiasi altro Paese, finirebbe per ritorcersi contro noi stessi.

Pertanto, per trovare qualche compensazione ai danni derivanti dai dazi USA, bisogna fare esattamente il contrario: liberalizzare ancor di più, togliendo i nostri dazi agli altri Stati (sono ancora molti) e chiedendo reciprocità di trattamento, per arrivare ad un libero scambio, in cui i nostri prodotti entrino liberamente nei mercati esteri a prezzo più basso ed i prodotti altrui vengano importati da noi pure a costi più convenienti (sempre purché abbiano requisiti minimi di sicurezza). In questo modo, le nostre esportazioni possono crescere più facilmente e le importazioni risultano più convenienti per il consumatore interno, ma anche per la competitività dello stesso produttore interno (che ottiene materie prime a più basso costo).

Gli effetti dei dazi

I dazi attualmente in vigore negli Stati Uniti per i beni importati dall’Unione Europea presentano una tariffa generalizzata del 15%, tranne alcuni prodotti particolari, come acciaio, alluminio ed altri generi, che sono soggetti ad aliquote superiori. L’effetto diretto di tale imposizione è dato dunque dal fatto che il consumatore americano paga i nostri prodotti il 15% in più e quindi parte di questi non verrà più acquistata. L’effetto corrispondente per l’Italia si concretizza in minori esportazioni, che provocano minori ricavi aziendali e minore PIL.
Ovviamente, non possiamo sapere di quale entità sarà la contrazione sino a quando non saranno disponibili le statistiche definitive del prossimo anno (sempre se le tariffe non mutano nuovamente), in quanto le rilevazioni attuali sono distorte da un elevato aumento delle vendite anticipate nella prima metà di quest’anno (proprio per prevenire i dazi medesimi preannunciati) e pure nel mese di settembre, a dazi già in vigore, si è verificato ugualmente un incremento delle nostre esportazioni (incremento che, nonostante tutto, ci fa ben sperare per il futuro).

Per avere un’idea delle cifre a rischio nelle due province di Treviso e Belluno, si può notare che nel 2024 verso gli USA:

Treviso ha esportato soprattutto bevande, macchinari, mobili, articoli sportivi ed elettrodomestici, per un totale di circa 900 milioni di euro;
Belluno ha esportato soprattutto occhialeria, macchinari, elettronica e apparecchi di precisione, pelli conciate e lavorate, prodotti in gomma o plastica, pure per un totale di circa 900 milioni.

Ma la diminuzione di tali ragguardevoli importi dipenderà da una serie di fattori. Innanzi tutto dalla reazione della domanda statunitense: i prodotti di una certa qualità non dovrebbero subire rilevanti flessioni in virtù dell’elevato potere d’acquisto degli acquirenti, mentre i beni più standardizzati sono invece soggetti alla concorrenza di altri prodotti sostitutivi, ma bisogna vedere se all’interno della struttura produttiva americana esistono potenzialità in grado di espandersi con prezzi competitivi tali da ridurre l’appetibilità dei nostri prodotti. Ciò non è affatto scontato, in quanto l’agricoltura e l’industria di quel Paese possono non essere sufficientemente specializzate nelle produzioni in esame, oppure possono essere orientate verso settori diversi. Inoltre, anche le nostre imprese possono ricercare qualche reazione efficace a tale situazione con maggiore resilienza e determinazione. Una recente indagine di Assocamerestero presso alcune Camere di commercio italiane all’estero ha messo in evidenza nuovi spunti ed opportunità.

La resilienza ai dazi

E’ allora opportuno indicare alcune possibilità che il nostro sistema produttivo può adottare per reagire in qualche modo all’attuale rilevante difficoltà, pur tenendo presente che nel breve termine qualche effetto negativo sarà inevitabile, ma l’impatto di lungo termine potrebbe diventare anche positivo.

In primo luogo, già alcune buone pratiche si sono messe in atto tra gli operatori:

  • produttori italiani ed importatori e commercianti americani si sono accordati per assorbire il famigerato 15%, dividendosi il relativo onere e rinunciando così ad una parte dei loro profitti.
  • D’altro canto,  molti prodotti esportati,  per la loro elevata qualità ha sinora consentito adeguati margini, che adesso possono anche essere facilmente contenuti. In questo modo, è possibile in molti casi offrire lo stesso prodotto al prezzo precedente e quindi le vendite dovrebbero rimanere invariate.
  • Un ulteriore passo consiste nel ricercare nuovi mercati all’interno degli stessi USA.Come è noto questo Paese è molto vasto ed amministrato in Stati differenti, i quali molto spesso danno luogo a mercati diversificati e non comunicanti tra loro, per cui può avvenire che molti nostri prodotti, ben introdotti in alcuni territori, siano sconosciuti in altri. Ma, l’attuale diffusione nei primi può consentire ora un facile accesso nei secondi, date le nostre relazioni commerciali già collaudate. In questo modo, con un impegno modesto ed in tempi relativamente brevi, potremmo riguadagnare quote di mercato in nuovi clienti abbienti, tali da compensare quelle perdute tra i clienti meno facoltosi a causa dell’aumento dei prezzi indotti dal dazio.
  • Un’ultima possibilità per l’esportatore penalizzato dai dazi è quella (inizialmente più dispendiosa, ma poi molto promettente) dell’insediamento diretto negli USA con un’unità produttiva capace di far concorrenza agli eventuali concorrenti interni.
    In questo modo i prodotti finiti non sarebbero più soggetti a dazi, ma lo sarebbero soltanto le materie prime provenienti da altri Paesi. Anche questa strada sta iniziando ad essere praticata, sebbene non sia possibile per i generi alimentari di qualità che devono essere prodotti nelle zone d’origine.
  • Ma un’analisi più approfondita dei mercati statunitensi potrebbe farci scoprire delle opportunità per altri nostri prodotti concorrenziali (che prima non avevamo preso in considerazione), i quali potrebbero essere competitivi con quelli americani locali, nonostante l’obbligata maggiorazione di prezzo dei primi.Infatti, uno studio più accurato (eventualmente con l’ausilio dell’intelligenza artificiale) può individuare nuove occasioni di mercato prima sconosciute. Al riguardo, è pure da valutare che attualmente la politica espansiva, il protezionismo e le spinte al consumo di quel Paese, unitamente al suo deprezzamento monetario sui mercati valutari internazionali (con la progressiva ascesa del cambio euro – dollaro), stanno comportando una recrudescenza dell’inflazione, per cui anche i prodotti americani interni costeranno di più e potranno dar luogo a qualche rincaro, anche se non soggetti ai dazi.
  • Infine, per i beni prima esportati e successivamente invenduti a causa dei dazi, non rimane che la ricerca di nuovi mercati in altri Paesi, per i quali, come già suggerito, sarebbe bene per l’Europa stipulare nuovi accordi reciproci per l’abbattimento di eventuali barriere tariffarie già esistenti.
    In realtà, esistono ampi mercati nel mondo ancora inesplorati o comunque non presidiati abbastanza dalle nostre imprese rispetto alle possibilità di assorbimento di beni pure di alta qualità, soprattutto nell’ambito dei Paesi BRICS, ai quali ora si sono uniti altri Paesi in via di sviluppo, tra cui l’India.
    La numerosità degli abitanti di alcuni fa sì che esistano anche cifre elevate di persone appartenenti a classi agiate, in grado di acquistare nostri prodotti che sino ad ora si vendevano soltanto negli USA. Inoltre, lo stesso consumatore europeo potrebbe apprezzare di più la nostra produzione, se adeguatamente offerta, anche al di fuori dei nostri clienti abituali di Germania, Francia e Spagna, soprattutto nell’ambito dei Paesi nordici.
  • D’altro canto, non abbiamo soltanto eccellenze nei prodotti di qualità, ma pure in vari settori di produzioni standardizzate, come, ad esempio, nella metalmeccanica, ove l’innovazione italiana ha creato un buon rapporto prestazione/prezzo. Pertanto la competitività dei relativi prodotti può essere utilmente evidenziata anche in mercati di Paesi in via di sviluppo che ricercano più adeguati beni e servizi per crescere. Tutto sommato, le ricerche di mercato estero pagano e possono più che compensare le difficoltà create dai dazi con un solo Paese, anche se importante.

Ricerca di nuovi vantaggi competitivi

Indipendentemente dalle barriere tariffarie, nei mercati possono esistere prodotti con vantaggi competitivi tali per cui si comprano anche se il prezzo non è favorevole.
In altri termini, la qualità giustifica un prezzo maggiore, per cui si giudica il prodotto in rapporto alla relazione qualità/prezzo.

Le nostre principali esportazioni, infatti, avvengono proprio in virtù di tale rapporto, che si evidenzia soprattutto nei settori dell’agroalimentare, della moda, dell’arredamento e dell’oggettistica di lusso.

Un ulteriore innalzamento della qualità può quindi giustificare un prezzo superiore e questo viene percepito come equo e sopportato volontariamente dal consumatore, tranne che da quello economicamente non autosufficiente.

Per limitare l’analisi al settore agroalimentare, possiamo dire che tutto dipende dalla qualità

organolettica dei prodotti ——–

che si afferma con varie caratteristiche tipiche dei luoghi di produzione, tali da rendere il loro consumo gradevole e ricco di cultura e di emozioni. Ma la qualità oggigiorno può estendersi pure ad altri fattori, quali quelli

ESG (Environmental, Social, Governance)

che assicurano che il prodotto sia stato realizzato in maniera responsabile senza danneggiare la società e l’ambiente e quindi che il suo consumo favorisca lo sviluppo sostenibile futuro.

Tale sensibilità, anche se non completamente diffusa, ormai investe una buona parte di consumatori ed invita ad una pratica virtuosa soprattutto le classi economicamente non indigenti.
Limitando l’esposizione ai soli requisiti ambientali, possiamo notare che i nostri prodotti sono per lo più caratterizzati da una

filiera corta (anche a Km. 0)

e, non essendo per lo più energivori, abbisognano di contenuti impianti fotovoltaici per la loro produzione e quindi, con i necessari investimenti, potrebbero facilmente dichiararsi ad emissioni 0 o molto basse ed offrirsi sul mercato con un tale vantaggio competitivo, requisito che pochissimi prodotti presentano al momento, dato che, tra l’altro, proprio negli USA sono state abrogate molte norme sui prodotti sostenibili, consentendo così l’accesso al mercato da parte delle produzioni anche ambientalmente più dannose.
Considerando che gli investimenti fotovoltaici oggigiorno sono pure economicamente convenienti, per il fatto che i necessari pannelli durano in media 25 anni, mentre il risparmio delle bollette energetiche copre il loro costo in un arco temporale dai 5 ai 7 anni, si può arrivare ad offrire lo stesso prodotto, caratterizzato ora dall’incremento qualitativo della sostenibilità, allo stesso prezzo di prima, che evidenzia così un rapporto qualità/prezzo superiore.

Nel mercato americano, se il dazio maggiorerà lo stesso prezzo, si avrà comunque ugualmente un apprezzamento della domanda, perché la differenza dovuta al dazio viene compensata dal requisito meritorio della sostenibilità.

Ovviamente, tutto ciò costa impegno e fatica, ma fa parte della resilienza necessaria a superare i gravi disagi che un mondo disordinato ed irrazionale ci propina.

Comunque, la stessa sopravvivenza dei dazi probabilmente non durerà a lungo, perché tale politica al consumatore americano costerà troppo, in quanto l’inflazione si abbatterà non soltanto nei prodotti di prezzo elevato come i nostri, ma pure sui prezzi a buon mercato importati dai Paesi poveri e destinati alle frange indigenti della popolazione che sono numerose anche negli Stati Uniti, creando certamente nuove tensioni sociali. D’altra parte, il sistema produttivo interno riuscirà difficilmente a coprire un’immensa domanda di beni a prezzi ridotti, proprio a causa della crescente situazione inflazionistica.

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