Treviso, 25 maggio 2026 – Il commento del Presidente Mario Pozza
“I risultati dell’indagine di Unioncamere del Veneto del primo trimestre 2026 incorporano le complesse dinamiche geopolitiche e le scelte delle imprese compiute in risposta a questi scenari – commenta Mario Pozza il Presidente della Camera di Commercio di Treviso-Belluno|Dolomiti.
Per Treviso la produzione aumenta del +3,2% rispetto al primo trimestre 2025. Il dato di per sé positivo, va letto con le dovute cautele, poiché risente presumibilmente anche della necessità delle imprese di accumulare scorte precauzionali per evitare possibili interruzioni nelle forniture a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz.
Per Belluno – prosegue Pozza – la produzione è in lieve diminuzione (-1,3%). Il calo riguarda in particolare i piccoli produttori della subfornitura, i quali soffrono le riorganizzazioni di filiera che stanno interessando il distretto dell’occhialeria. Sono invece con segno positivo le performance dei leader dell’occhialeria e della filiera del freddo.
Sia a Treviso che a Belluno aumenta la raccolta ordini dall’estero (del +6,1% a Treviso e del +7,3% a Belluno), effetto da un lato dell’accumulo di scorte, come già detto, ma riteniamo anche della capacità delle nostre imprese di diversificare i mercati di sbocco in risposta ai dazi americani.
Rimane invece debole la domanda interna, frenata dall’incertezza dei consumi domestici: si ferma al +1,5% a Treviso e scende al -3,7% a Belluno.
Guardando all’andamento dei principali settori, cresce la produzione per l’alimentare e bevande. Per il sistema moda e per la filiera dei mezzi di trasporto e componentistica la produzione è con segno positivo, ma va ricordato che il confronto è con un periodo, lo scorso anno, ancora piuttosto tribolato. Anche l’industria dei macchinari tiene, mentre permangono segnali di difficoltà per il legno-arredo.
Come dicevo all’inizio – prosegue il Presidente – questi risultati ci dicono che le nostre imprese si mostrano ancora una volta flessibili e capaci, nell’immediato, di adattarsi al nuovo cambio di scenario geoeconomico, diversificando i mercati e prevenendo eventuali problemi di approvvigionamento.
L’incognita principale resta l’effetto sui prezzi al consumo del rincaro degli energetici e delle altre materie prime. Già l’Istat ha confermato che il tasso di inflazione ad aprile è salito al +2,7%, con un aumento di un punto percentuale rispetto al mese precedente. Se partisse una rincorsa sui prezzi tra i vari operatori, soprattutto in Italia e in Europa, il potere d’acquisto delle persone ne risulterebbe ulteriormente intaccato, con effetti depressivi sulla domanda.
Conterà molto, infine, il fattore tempo: tutto dipenderà, come evidenziato anche dalla Banca Centrale Europea, da quanto durerà il conflitto in Medio Oriente.
Il quadro internazionale e nazionale
L’economia mondiale continua a fronteggiare shock esogeni uno di seguito all’altro. Dopo un 2025 dominato dalla questione dei dazi USA, in questo primo scorcio d’anno si è aperta l’inedita crisi dello Stretto di Hormuz. Come noto, il 12 aprile 2026 l’Amministrazione Trump, a seguito del fallimento dei negoziati con l’Iran, ha imposto il blocco navale in uno stretto largo appena 33 chilometri, nel quale transitano ogni giorno circa 20 milioni di barili di petrolio (corrispondenti al 20% del consumo petrolifero mondiale e a oltre un quarto del greggio commerciato via mare).
Il razionamento dell’offerta ha spinto le quotazioni del petrolio sopra i 100 dollari al barile, con un aumento del +60% rispetto ai livelli pre-crisi (circa 65 dollari). Ad aprile 2026, la quotazione media del Brent ha raggiunto i 120,4 dollari[1].
L’evoluzione del conflitto ha ulteriormente evidenziato la centralità strategica dello stretto: uno snodo produttivo e di transito commerciale difficilmente sostituibile nel breve periodo per un’ampia gamma di merci non energetiche. Tra queste spiccano i gas rari industriali, i metalli primari e i fertilizzanti chimici, in particolare:
- Con circa il 30% della produzione globale concentrata in Qatar, l’elio rappresenta un input chimico insostituibile per i processi di fabbricazione dei microchip di ultima generazione. I soggetti più vulnerabili a eventuali colli di bottiglia sono i giganti asiatici della microelettronica, che dipendono dalle forniture qatariote per circa il 65% del proprio fabbisogno.
- La regione del Golfo Persico si attesta come uno dei poli metallurgici e siderurgici più rilevanti del pianeta, generando circa il 9% della produzione mondiale di alluminio primario. Di questa quota, la stragrande maggioranza (circa l’80%) è assorbita dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti, dal Giappone e dalla Corea del Sud, e, in particolare, dalle loro filiere automobilistiche e aerospaziali.
- Il bacino del Golfo si conferma il principale hub globale per i fertilizzanti azotati. Da quest’area transita una fetta rilevante del mercato internazionale, pari al 30-35% delle esportazioni globali di urea e al 20-30% di quelle di ammoniaca.
Tensioni geopolitiche e strategie aziendali in particolare nell’Eurozona
Nell’Eurozona, i timori di una nuova fiammata inflazionistica e di nuove interruzioni nelle catene di fornitura hanno spinto numerose imprese a correre ai ripari accumulando scorte di sicurezza. In base all’indagine mensile di S&P Global Market Intelligence questa ondata di acquisti anticipati ha trainato la domanda e la produzione, riflettendosi nel balzo significativo dell’indice PMI manifatturiero dell’area, salito da 51,6 di marzo a 52,2 di aprile.
Tuttavia, l’instabilità geopolitica sta ridefinendo le strategie aziendali su diversi aspetti:
- Accorciamento delle filiere. Le aziende stanno valutando un accorciamento delle filiere produttive, preferendo la prossimità geografica per ridurre la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento. È da capire, come al tempo di Covid, con quali margini di manovra rispetto a costi e disponibilità di capacità produttiva.
- Diversificazione dei mercati di sbocco contro i dazi. Da prime stime sui flussi export, sta aumentando l’indice di diversificazione delle imprese sui mercati, come reazione al protezionismo statunitense. Ciò anche con riferimento ad imprese non direttamente esportatrici negli USA, ma che avevano accusato effetti indiretti dei dazi (minori commesse, rincari sui prezzi).
Prospettive economiche
Sia il Fondo Monetario Internazionale (FMI) che la Banca Centrale Europea (BCE) sono concordi nell’affermare che le prospettive economiche sono molto condizionate da quella che sarà la durata di questa nuova crisi in Medio Oriente, nonché dall’intensità ed estensione del processo inflazionistico derivante dal rincaro degli energetici e delle altre materie prime.
Il FMI, nell’ultimo rapporto di aprile, ha rivisto al ribasso le stime sull’andamento dell’economia globale prevedendo per il 2026 un lieve rallentamento (+3,1%, da +3,4% del 2025). Tuttavia, il nuovo shock sta colpendo in modo disomogeneo le diverse economie.
Per gli Stati Uniti l’aumento del PIL è stimato al +2,3% per il 2026. Sull’economia americana erano attesi effetti più negativi delle politiche commerciali. Ciò nonostante, secondo Ref Ricerche[2] l’introduzione graduale dei dazi, la loro rimodulazione, il loro parziale assorbimento nelle marginalità degli importatori USA ha contenuto gli effetti finali sui prezzi al consumo. L’anno 2025 era stato inoltre caratterizzato da una forte accelerazione degli investimenti legati all’intelligenza artificiale e per l’adeguamento delle infrastrutture energetiche a supporto del maggiore fabbisogno dei data center. I benefici si sono poi estesi a tutta la filiera IT, ed hanno favorito un’impennata strutturale della produttività del lavoro, con effetti positivi sui redditi pro-capite, nel breve periodo. Ma il tutto dentro un equilibrio fragile e un elevato indebitamento. Gli USA non possono permettersi lo stallo dell’economia globale, causato da loro stessi con la crisi di Hormuz, perché tale stallo potrebbe vanificare i ritorni finanziari attesi da questi forti investimenti.
Una crescita superiore alla media globale, ma con differenti traiettorie, caratterizza invece le principali economie asiatiche.
Per la Cina l’aumento atteso del PIL è del +4,4%, ma è un risultato che va letto anche in questo caso con cautela. Pechino risente del rallentamento demografico e di una prolungata crisi immobiliare. Ancora oggi, nonostante le intenzioni di Trump, la bilancia commerciale cinese è fortemente sbilanciata verso le esportazioni, che compensano la debolezza dei consumi interni. Con drastici riorientamenti verso altri Paesi asiatici ed europei. Perché anche Pechino non può permettersi lo stallo dell’economia globale, pena un eccesso di produzione. Sul piano energetico si può dire che appare meglio preparata di altri Paesi asiatici a fronteggiare gli effetti del conflitto mediorientale, grazie alle riserve di greggio accumulate e alla rapida transizione in atto verso le energie rinnovabili. Ma la dipendenza della domanda internazionale resta elevata.
L’India, ora la sesta economia globale, si conferma fra le più dinamiche (+6,5% per il 2026) beneficiando di riforme strutturali e di una strategia di riposizionamento delle filiere orientate a ridurre la dipendenza dalla Cina (“China Plus One strategy“). Sta attirando investimenti che prima erano diretti principalmente verso Pechino. L’economia indiana, tuttavia, figura fra le nazioni più esposte agli effetti del conflitto in Medio Oriente, dato che quasi la metà delle sue importazioni di greggio e materie prime di base proviene da quest’area.
Rimane ancora sottotono l’area Euro: la crescita del PIL per il 2026 si ferma ad un +1,1% e la dipendenza energetica si conferma l’anello debole per l’area. A causa della guerra in Medio Oriente l’inflazione è tornata ad essere un tema centrale, con la BCE in posizione di “attesa vigile” su eventuali aumenti dei tassi di interesse.
All’interno dell’area non sta funzionando in Germania la politica fiscale espansiva, dato che la crescita attesa è stimata al +0,8% per l’anno in corso. Parallelamente, il settore manifatturiero sconta una perdita di competitività internazionale (soprattutto nei confronti della Cina). Inoltre, l’economia tedesca è fra le più esposte al rialzo dei prezzi degli energetici, basandosi su comparti chiave come la chimica, l’automotive, la metallurgia e la produzione di macchinari, tutte industrie energivore.
In un contesto globale fortemente instabile, l’Italia si trova a dover difendere una crescita attesa del +0,5% senza lo scudo degli investimenti del PNRR, che si avvia alla conclusione, e con una nuova fiammata inflazionistica. A causa delle tensioni in Medio Oriente torna a salire l’inflazione: ad aprile l’indice dei prezzi al consumo NIC ha registrato un’accelerazione, raggiungendo il +2,7% su base tendenziale (da +1,7% di marzo). Questo balzo è attribuibile quasi interamente al ritorno delle tensioni sui costi energetici e alimentari, che hanno annullato i benefici della precedente fase di disinflazione. Per i rincari le famiglie vedranno erodersi il proprio potere d’acquisto e le imprese manifatturiere sconteranno una perdita di competitività a causa dei costi di produzione più elevati dei competitor extra-europei.
È attorno a questa cornice che vanno letti i risultati del primo trimestre 2026 dell’indagine congiunturale su un campione di 2.215 imprese manifatturiere venete con almeno 10 addetti.
La dinamica del manifatturiero veneto per settori
Nel primo trimestre 2026 l’andamento della produzione manifatturiera regionale si attesta su valori positivi, registrando una variazione del +3,4% su base tendenziale. Tuttavia, a fronte di questo incremento dei volumi fisici prodotti, si osserva un lieve rallentamento della capacità produttiva, misurata attraverso il grado di utilizzo degli impianti che, dal 72,2% del trimestre precedente, scende all’attuale 70,2%. Una possibile ragione del diverso andamento fra produzione e grado di utilizzo degli impianti potrebbe essere riconducibile ai comportamenti precauzionali adottati dalle imprese in risposta alla crisi in Medio Oriente ed alle tensioni nel Canale di Hormuz. La necessità di evitare colli di bottiglia e interruzioni nell’approvvigionamento di componenti critici e materie prime ha spinto le aziende a concentrare la produzione in cicli intermittenti e ad accumulare scorte nei magazzini.
Il fatturato totale cresce su base tendenziale, ma in misura inferiore alla produzione, fermandosi ad un +2,8% (e in lieve calo su base congiunturale). Il differenziale di crescita fra fatturato totale e produzione potrebbe indicare non solo che si stanno facendo scorte precauzionali, ma anche che si stanno comprimendo i prezzi per mantenere o diversificare quote di mercato.
Questa strategia sembra trovare riflesso positivo anche nei nuovi ordinativi esteri, che nel primo trimestre registrano un aumento su base annua del +3,1% (e del +4,1% su base congiunturale).
Di intonazione più debole la domanda interna: la variazione su base annua è del +2,2% (e del +1,3% su base congiunturale). Il mercato domestico continua a risentire della debolezza del potere d’acquisto delle famiglie italiane e la cautela nelle scelte di investimento delle imprese.
Questa persistente debolezza della domanda e la natura in parte temporanea della componente estera si riflettono nella diminuzione dei giorni di produzione assicurata dal portafoglio ordini. In Veneto, l’orizzonte temporale garantito scende a 52,2 giorni (rispetto ai 58,4 giorni dello scorso trimestre).
L’andamento congiunturale del primo trimestre del 2026 varia sensibilmente a seconda delle caratteristiche strutturali dei diversi comparti industriali e del loro posizionamento nelle catene del valore internazionali.
Per il comparto dell’Occhialeria, storicamente concentrato nel bellunese, ma con ramificazioni anche nella provincia di Treviso, la produzione su base annua registra una sostanziale stabilità (+0,8%), a fronte di una contrazione del -2,3% del fatturato. Il comparto, tuttavia, viaggia a due velocità. Da un lato le aziende leader, impegnate nel ridisegnare le proprie catene globali del valore, vedono una dinamica positiva per la maggior parte degli indicatori. Dall’altro lato le piccole imprese di subfornitura subiscono gli effetti di questa riorganizzazione registrando performance prevalentemente negative.
Il Sistema Moda (tessile, abbigliamento e calzature) mostra una dinamica positiva per la produzione (+3,2%), trainata da una forte reattività degli ordinativi esteri (+9,0%). Va tuttavia ricordato che il rimbalzo risente del confronto con lo scorso anno, caratterizzato ancora da un trend negativo. Il fatturato complessivo stenta a crescere, fermandosi a un debole +0,5%.
Nel comparto Alimentare e Bevande, la produzione cresce del +5,3% su base annua, spinta da una buona tenuta degli ordini interni (+5,0%), mentre la raccolta estera risente dell’impatto delle tariffe statunitensi e si ferma ad un +1,6%. Il fatturato cresce, ma con marginalità compresse, e si ferma ad un +3,3% di aumento.
La produzione di Macchine e Apparecchi Meccanici evidenzia una variazione positiva del +4,3% su base annua, con un fatturato totale a +5,6%. Il comparto, tuttavia, risente di un rallentamento della domanda interna (-1,4%) e di una domanda estera sottotono (+2,6%).
Per i Mezzi di Trasporto, produzione e fatturato crescono in media del +4,0%, sostenuti da una raccolta ordini positiva sia dal mercato interno che estero. Va tuttavia ricordato che anche in questo caso il confronto è con un periodo ancora di forte contrazione per il comparto.
Permangono segnali di difficoltà per il Legno e Mobile che sconta una variazione della produzione su base annua del -0,3% pur con un recupero del +1,8% del fatturato.
Le previsioni degli imprenditori veneti per il secondo trimestre 2026 sono improntate all’attesa, per quanto riguarda la domanda, dell’evolversi del quadro geopolitico internazionale.
Sia per la raccolta ordini dal mercato interno che estero si rileva un equilibrio fra i giudizi di aumento e quelli di stazionarietà, con quote che per entrambe le opzioni si attestano attorno al 40%.
Più orientate al cauto ottimismo le previsioni su produzione e fatturato. I giudizi di aumento rappresentano la maggioranza relativa con una quota del 45% circa. Rimane tuttavia consistente l’area di attendismo con oltre un terzo dei rispondenti che prevede livelli stazionari per i mesi primaverili, inizio estate.
Il manifatturiero trevigiano e bellunese
Gli indicatori del manifatturiero trevigiano si muovono in maniera analoga a quelli regionali, riflettendo le stesse logiche. La produzione aumenta su base tendenziale del +3,2%. Il grado di utilizzo degli impianti scivola dal 72,8% del trimestre precedente all’attuale 70,7%. Il fatturato totale cresce su base annua del +2,3%, in misura meno che proporzionale, come si vede, rispetto alla produzione.
Dunque, si ripropone anche a Treviso questa lieve divaricazione fra dinamica produttiva e delle vendite, riconducibile da un lato ai comportamenti precauzionali adottati dalle imprese in risposta alla crisi di Hormuz (fare scorte per evitare interruzioni negli approvvigionamenti); con un ricorso, dall’altro lato, anche alla leva di prezzo per facilitare processi di diversificazione dei mercati in risposta ai dazi USA.
La raccolta ordini mostra andamenti differenti fra componente estera ed interna. La domanda estera si rivela sostenuta, registrando un aumento su base tendenziale del +6,1%. Ma, anche in questo caso, più facile pensare ad anticipi di domanda, visto che il portafoglio ordini non si allunga, anzi passa da 59 a 53 giorni di produzione assicurata. Debole il mercato interno, ormai è purtroppo una costante, con una crescita degli ordinativi del +1,5% su base annua.
Anche nelle previsioni per il secondo trimestre 2026 gli imprenditori trevigiani esprimono giudizi analoghi a quelli regionali.
Per produzione e fatturato i giudizi di aumento superano quelli di diminuzione. Per la domanda interna ed estera, invece, la maggioranza relativa degli intervistati (oltre il 43%) propende per una loro stabilità (leggi: attendismo).
Questi i risultati dell’indagine per il primo trimestre 2026 su un campione di 472 imprese manifatturiere trevigiane con almeno 10 addetti, cui fanno riferimento 19.191 addetti.
Il manifatturiero bellunese sconta una ridotta numerosità campionaria (82 imprese cui fanno riferimento 4.421 addetti) che, come già osservato nelle precedenti rilevazioni, tende ad amplificare i risultati.
Ricordato ciò, il territorio provinciale mostra dinamiche differenti dal dato medio regionale. Sui risultati si sommano i diversi andamenti di importati filiere produttive locali, l’occhialeria e il comparto della refrigerazione industriale.
Nel primo trimestre 2026 la produzione segna una lieve diminuzione del -1,3% su base tendenziale, cui si associa anche una lieve flessione del grado di utilizzo degli impianti (dal 71,4% del trimestre precedente al 68,0% attuale). A pesare è soprattutto la debolezza del mercato nazionale, con una raccolta ordini interni in calo del -3,7%.
La flessione riguarda in particolare i piccoli produttori della subfornitura, maggiormente esposti alle riorganizzazioni di filiera che stanno interessando l’occhialeria.
Di segno opposto è la performance dei grandi leader globali dell’occhialeria e del comparto della refrigerazione industriale (“filiera del freddo”). Grazie alla forte proiezione internazionale, all’elevato valore aggiunto, all’introduzione di tecnologie digitali avanzate, i grandi player industriali sostengono la domanda estera, i cui ordini crescono complessivamente del +7,3% su base annua.
Sotto la spinta dei grandi gruppi industriali, Belluno si muove in controtendenza sul fronte del portafoglio ordini. I giorni di produzione assicurata sono in aumento, salendo a 57,7 giorni rispetto ai 54,2 del trimestre precedente.
Le previsioni degli imprenditori bellunesi per il secondo trimestre 2026 vedono una prevalenza dei giudizi di aumento su quelli di diminuzione, tranne per la domanda interna dove la quota di ottimisti si equivale ai giudizi di stazionarietà (circa il 36%-37%).
A cura dell’Ufficio Studi e Statistica della
Camera di Commercio di Treviso – Belluno
Nota metodologica
L’indagine Veneto Congiuntura del primo trimestre 2026 – realizzata da Unioncamere del Veneto – si basa su 2.215 imprese del Veneto con almeno 10 addetti (per un totale di 95.313 addetti) di cui 472 imprese della provincia di Treviso (per un totale di 19.191 addetti) e 82 imprese della provincia di Belluno con almeno 10 addetti (per un totale di 4.421 addetti).
[1] Congiunturaref. n. 7/2026
[2] n. 7/2026





