La situazione attuale
Il mismatch tra le competenze richieste e quelle offerte nel mercato del lavoro è ormai un argomento noto e trattato da anni, ma ancora non risolto. Anzi, con il passare del tempo, si sta sempre più diffondendo. I fabbisogni occupazionali delle nostre imprese (ma anche del settore non profit e della Pubblica Amministrazione) richiedono competenze specifiche, per il lavoro da svolgere, che non si trovano tra chi cerca un’occupazione, mentre, al contrario, le persone che vanno alla ricerca di un lavoro, possiedono conoscenze spesso non utilizzabili da parte dei datori di lavoro.
Il fenomeno è sintetizzabile nei seguenti termini (su dati Unioncamere relativi al Terzo Report sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro nel primo semestre 2026):
- le imprese italiane hanno programmato 2 milioni e 869 mila assunzioni, ma prevedono difficoltà di reperimento del personale richiesto per il 44,8% (percentuale in diminuzione rispetto al 2025, ma ugualmente elevata);
- le criticità maggiori si riscontrano nelle costruzioni (che presentano un tempo medio di reperimento di 6,2 mesi), nelle industrie del legno e dell’arredamento, nel metalmeccanico e nei servizi ICT, oltre che nel commercio e nella ristorazione;
- le difficoltà di reperire le professionalità richieste riguardano soprattutto nell’ordine: operai specializzati (61,8%); amministratori e dirigenti di imprese private (60,8%); professioni tecniche (52,1%); conduttori e operai di impianti e macchinari, conducenti di autoveicoli (50,5%);
- tali sfasamenti si manifestano principalmente per mancanza di candidati, ma, in misura minore, anche per inadeguata preparazione dei candidati che si presentano;
- tra questi, circa un terzo non ha esperienze specifiche nelle mansioni richieste, mentre gli altri due terzi dichiarano esperienze nel settore dell’impresa e (in misura minore) nella professione (ma non nel settore).
Un’analisi inserita in questo Terzo Report riguarda il bacino delle forze di lavoro potenziali (a cura dell’ISTAT), ossia dei disoccupati e degli inattivi che potrebbero contribuire ad allargare l’offerta di lavoro e quindi a presentare candidati con maggiori varietà di competenze. Ma tale indagine, sebbene indichi una presenza numerica ben maggiore di candidati potenziali, potrebbe coprire molti posti vacanti nelle professioni non qualificate (che presentano comunque il 32,1% di reperimenti difficoltosi), ma non nelle professioni di più elevata difficoltà.
Ciò succede in quanto gli inattivi non si presentano sul mercato del lavoro soprattutto a causa dell’inadeguatezza della propria professionalità, in relazione sia alle insufficienti conoscenze, sia alle aspettative sui benefici lavorativi che vorrebbero ottenere. Pertanto i lavori a più elevata professionalità (e di più difficile reperibilità), proprio per la loro difficile acquisizione, non verrebbero ugualmente coperti con gli inattivi.
Un’altra indagine inserita nel Report riguarda le assunzioni e le cessazioni dal lavoro nel 2025, per le professionalità di difficile reperimento, sulla base delle comunicazioni obbligatorie rilevate dal Ministero del lavoro e delle Politiche sociali. Dai dati riportati risulta che:
- nel settore industriale le attivazioni risultano concentrate nelle professioni operaie specializzate e nei comparti che presentano i livelli maggiori di difficoltà di reperimento;
- nel commercio e nel turismo, soprattutto nelle professioni inerenti alla ristorazione, la mobilità occupazionale molto elevata determina costanti difficoltà di reperimento, nonostante il consistente volume di ingressi;
- in linea generale, la rilevante dinamica delle assunzioni nelle professioni difficilmente reperibili è correlata con una quasi uguale dinamica nelle uscite e pertanto le difficoltà di reperimento permangono e sono destinate ad amplificarsi progressivamente nei prossimi anni con l’uscita (per pensionamento) dei lavoratori appartenenti alle classi di età più numerose.
Se poi si considera che il nostro sistema produttivo attualmente non è molto innovativo e quindi le sfide future ci imporranno l’esigenza di nuovi lavori oggi praticamente inesistenti, le difficoltà in argomento cresceranno ancor più.
Le conoscenze come requisito essenziale della professionalità
Tralasciando le difficoltà di reperimento di personale relative a professionalità molto semplici (cui corrisponde un basso salario), che spesso vengono rifiutate dai disoccupati perché insoddisfacenti, mentre sono accettate per lo più dagli immigrati, giova invece soffermarsi sulle professioni di elevato livello, i cui fabbisogni non vengono colmati a causa di un’offerta carente di persone in grado di ricoprirle.
È questo il nodo centrale delle difficoltà, che blocca l’incontro tra domanda ed offerta e che non permette la presenza nella produzione di tutte le professionalità necessarie per ottenere una crescita soddisfacente (aumento consistente del PIL) e, parallelamente, un concreto progresso sociale ed ambientale (sviluppo sostenibile).
Occorre quindi un sistema scolastico e formativo in grado di trasferire ai disoccupati le conoscenze necessarie per svolgere ogni singolo lavoro.
Il sistema scolastico, ovviamente, deve provvedere a fornire le conoscenze di base e quindi non può entrare nei singoli dettagli di ogni preparazione professionale. Inoltre, la nostra istruzione pubblica è ancora orientata prevalentemente verso gli studi umanistici e matematici, mentre le conoscenze scientifico – tecniche sono limitate agli istituti professionali, con un livello conoscitivo meno approfondito, ma ora integrato da un ciclo di studi più elevati (ITS: Istituti Tecnici Superiori). Ovviamente, in ambito universitario, le conoscenze nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) sono molto più approfondite, ma spesso sono confinate agli aspetti teorici e raramente si addentrano nei contenuti della pratica lavorativa.
Così impostato, il sistema dell’istruzione non basta ed è necessario ricorrere alla formazione, la quale deve occuparsi della conoscenza applicativa, quella per mettere in grado le persone di svolgere un lavoro qualificato utilizzando le nozioni teoriche apprese negli studi scolastici. D’altro canto, la formazione può anche agire al contrario: istruendo i lavoratori già inseriti, che conoscono molti aspetti pratici del proprio lavoro, nelle conoscenze teoriche sottostanti, per completare la loro professionalità acquisita sul campo. Entrambe le funzioni sono molto delicate ed impegnative, ma vanno effettivamente svolte e potenziate su larga scala. La carenza attuale, soprattutto in Italia, di questa fase conoscitiva costituisce il maggiore ostacolo alla produttività economica del lavoro e pure al raggiungimento degli obiettivi sociali ed ambientali del nostro Paese.
Per un sistema formativo soddisfacente sono pertanto essenziali:
- una formazione iniziale già completa, per non dover intraprendere lunghi periodi di assimilazione di conoscenze durante lavoro, con il rischio di assorbire pure numerosi stereotipi e pregiudizi dominanti, ancora molto diffusi nelle diverse pratiche lavorative;
- una formazione continua lungo tutto l’arco della vita lavorativa (lifelong learning), per apprendere, dalla pratica operativa e dal progresso delle discipline corrispondenti, tutte le conoscenze più opportune per giungere ad una competenza efficace, in grado di conseguire i risultati migliori.
A dette esigenze dovrebbe provvedere proprio il sistema formativo pubblico e privato, soprattutto per la formazione iniziale, quella che crea le conoscenze per iniziare un ben determinato lavoro (cioè conoscenze riguardanti soprattutto le nozioni generali, quelle di settore e quelle relative alla posizione professionale). Dopo di ciò, la formazione continua deve essere proseguita a cura dell’azienda e/o su iniziativa del singolo lavoratore.
Nell’ambito delle conoscenze in argomento, tra le molte iniziative presenti vanno segnalate quelle del sistema delle Camere di commercio e delle Associazioni imprenditoriali. Si tratta dell’offerta di una moltitudine di corsi diversi, ma generalmente utili per la costruzione di professionalità avanzate. Purtroppo tali proposte non sono abbastanza prese in considerazione dalla potenziale utenza aziendale e quindi non riescono ad ottenere sensibili risultati su larga scala.
La formazione aziendale per le competenze
Dopo la formazione iniziale, quella successiva dovrebbe favorire il passaggio dalla conoscenza alla competenza, ossia a quell’insieme di nozioni e di pratiche attuative che permettono i migliori risultati all’interno ed all’esterno dell’azienda. Si tratta di nuove conoscenze tacite, perché non formalizzate in alcuna fonte bibliografica, ma che risultano decisive per il buon esito dei problemi aziendali da risolvere. Se poi tali conoscenze vengono più volte sperimentate con esito favorevole, si creano le condizioni per la transizione ad una nuova conoscenza codificata ed applicabile anche altrove.
In ogni caso, le medesime competenze nascono all’interno dell’impresa (anche se possono avere effetti benefici all’esterno) e quindi è naturale che siano promosse e gestite in ambito aziendale, spesso su iniziativa e nell’interesse dello stesso lavoratore. La formazione che favorisce le nuove competenze, oltre che dal bagaglio conoscitivo del singolo lavoratore, deriva dall’interazione di manager, esperti esterni, altri lavoratori e da un’adeguata organizzazione aziendale (learning organization).
Le competenze sono anche trasversali e si possono integrare tra loro dando luogo a competenze comuni e più complesse, che possono ottenere risultati aziendali migliori e sono meno assimilabili e replicabili da terzi in ambienti concorrenziali. Comunque le competenze già consolidate vanno sempre aggiornate alla luce dei veloci mutamenti del contesto scientifico e tecnologico, ma anche del quadro normativo – istituzionale e pure delle instabili condizioni di mercato. Purtroppo anche in questo campo gli adeguamenti sono carenti, a causa di una scarsa sensibilità alle modifiche di fondo dei contesti operativi e di una resistenza al cambiamento, per cui anche competenze iniziali soddisfacenti non sempre danno poi i risultati sperati.
Ciò deriva pure dall’assenza o carenza di un altro elemento essenziale della prestazione eccellente: l’impegno. Non basta possedere le conoscenze e le competenze adeguate, ma è pure importante portare avanti con determinazione e convinzione il proprio lavoro fino al raggiungimento dell’obiettivo desiderato.
In un contesto di progresso notevole, di lavori supportati da tecnologie avanzate e di vita agiata, si fa sempre più fatica a profondere l’impegno necessario per affrontare la complessità, che invece si profila in misura sempre maggiore. D’altro canto, il lavoro non è generalmente considerato come la ragione della nostra vita.
Ma bisognerebbe che, almeno da parte delle professioni di più elevato livello, si avvertisse la responsabilità del proprio ruolo, con la necessità di uno sforzo maggiore, non tanto in termini di tempo da dedicare al lavoro, ma in rapporto ad una tensione verso obiettivi sempre più sfidanti





